Trattamento
palliativo delle neoplasie interessanti l'albero tracheo-bronchiale
Trattamento
protesico delle ostruzioni neoplastiche dell'esofago
Inalazione
di corpi estranei radiotrasparenti
Accesso combinato alle lesioni a sviluppo intratoracico ed intraspinale
EFFICACIA
DEL TRATTAMENTO COMBINATO Nd-YAG LASER/ HDR-BRACHYTHERAPY VERSUS
Nd-YAG LASER NELLA PALLIAZIONE DELL’INTERESSAMENTO NEOPLASTICO TRACHEO-BRONCHIALE
Introduzione
A dispetto o, forse, proprio in ragione del
mancato miglioramento degli indici terapeutici nel ca. polmonare, si sono
sviluppate negli ultimi anni molteplici tecniche atte alla palliazione
dei sintomi in quella ampia porzione di pazienti che presentano una malattia
incurabile ab initio o alla recidiva dopo un trattamento di prima linea
(). La palliazione della sintomatologia legata all’interessamento dell’albero
tracheo-bronchiale ha trovato nella disostruzione laser e nel posizionamento
di stent endobronchiali delle armi fondamentali (). Allo scopo di migliorare
il controllo sull’interessamento neoplastico delle vie aeree ottenuto con
queste due tecniche e di prolungare la durata della palliazione e’ stata
introdotta, nell’ultimo decennio, la pratica della HDR-brachytherapy (High
Dose Rate)(HDR)(). Tale metodica, da sola od in associazione con la laser
terapia, è sembrata poter raggiungere gli obiettivi auspicati di
ogni trattamento palliativo: semplicità, rapidità, efficacia
con il minimo impatto possibile sulla vita dei pazienti (). Infatti, pur
dimostrando l’HDR un’efficacia pari all’LDR-brachytherapy (Low Dose Rate)(),
ha permesso una drammatica riduzione dei tempi di esposizione, una più
precisa programmazione di campi e dosi di trattamento, ed una maggior aderenza
agli standard di radioprotezione. Tuttavia, l’ampia variabilità,
per tecnica di trattamento e caratteristiche della popolazione in studio,
delle casistiche pubblicate non ha permesso fino ad oggi di valutare appieno
le potenzialità di tale metodica (). Proprio per verificare tali
potenzialità, fra il 3/1995 ed il 3/1997, in uno studio prospettico
randomizzato abbiamo analizzato e confrontato l’efficacia palliativa
del trattamento combinato Nd-YAG Laser/HDR-brachytherapy con la disostruzione
bronchiale effettuata con il solo Nd-YAG laser.
Materiale e Metodi
Nel periodo considerato, sono entrati nello
studio e ritenuti valutabili 19 pazienti, 15 uomini e 4 donne con età
media di 61 anni (range 47-76), portatori di ca. polmonare NSCLC e già
sottoposti ad un trattamento di prima linea (7 pazienti trattati con chirurgia
e radioterapia convenzionale, 12 pazienti con chemio-radioterapia). L’istologia
era in 13 pazienti di carcinoma squamoso, in 4 casi di adenocarcinoma
ed in 2 di carcinoma indifferenziato a grandi cellule (). La lesione interessava
in 4 casi la trachea, in 4 la carena ed entrambi i bronchi principali,
in 4 la carena ed un solo bronco principale, in 4 un solo bronco principale
ed in 3 un bronco lobare (). Nessun paziente era ritenuto eleggibile per
un ulteriore trattamento chirurgico o radioterapico a fasci esterni. Condizioni
indispensabili per l’inclusione nello studio sono state una spettanza di
vita superiore ai due mesi ed un performance status < 2. I pazienti
sono stati sottoposti ad una valutazione iniziale comprendente anamnesi,
es. obiettivo, prove di funzionalità respiratoria, EGA, Rx torace
ed esame endoscopico. All’esame endoscopico, il grado di ostruzione delle
vie aeree è stato valutato in termini di Indice di Ostruzione Bronchiale
secondo il metodo semiquantitativo di Speiser (). Tali indagini sono state
ripetute, per controllo, al 14° giorno dopo la disostruzione laser
e nei pazienti sottoposti ad HDR-brachytherapy dai 30 ai 45 giorni dal
termine del trattamento. Successivamente, un follow-up radiologico ed endoscopico
è stato eseguito ogni 2 mesi.
Tecnica del trattamento con laser Nd-YAG
Per la disostruzione laser è stato
sempre impiegato il broncoscopio rigido (Wolf o Effer-Dumon) in anestesia
generale (neuro-leptoanalgesia in respiro spontaneo con Propofol in infusione
continua). Sono state usate potenze fra i 25 e i 45 W con impulsi fino
a 1.2” per una media di complessivi 1850 J (range 1400 – 2200J). Particolare
attenzione è stata posta nel preservare il più possibile
la parete bronchiale sia mediante un uso esclusivamente tangenziale del
raggio laser, sia procedendo con estrema cautela alla fase di ablazione
meccanica dei residui tumorali.
Tecnica del trattamento con HDR-brachytherapy
I 9 pazienti randomizzati a ricevere brachiterapia,
15-18 giorni dopo la disostruzione endoscopica con laser Nd-YAG, sono stati
sottoposti al primo trattamento in regime ambulatoriale. In una sala dotata
di apparecchio biplano per simulazione radioterapica, dopo blanda sedazione
(morfina 10 mg e atropina 1 mg im), i pazienti hanno ricevuto una anestesia
locale con lidocaina al 2 e 10%. Si è proceduto, quindi, all’esplorazione
endoscopica per via trans-nasale (utilizzando un broncoscopio Pentax FB18X)
rilevando sito, lunghezza e posizione relativa alla carena della lesione
neoplastica. Sotto guida radioscopica sono stati inoltre posizionati reperi
radio-opachi cutanei su piani passanti 2 cm cranialmente e 1 cm caudalmente
la lesione stessa. Attraverso il canale di lavoro del broncoscopio è
stato, quindi, introdotto un catetere-applicatore (Nucleotron, Ø
1.9mm) passato al di sotto della stenosi sotto guida visiva e radioscopica.
Una guida metallica posta nel lume del catetere ha permesso la rimozione
del broncoscopio, lasciando in sede l’applicatore stesso. Rimossa, successivamente,
la guida e fissato il catetere all’ala del naso, si è proceduto
ad una accurata pianificazione del campo di trattamento dopo aver introdotto
nell’applicatore una nuova guida con reperi radio-opachi ad ogni centimetro
ed aver eseguito radiogrammi in diverse proiezioni (0°,+30°, -30°,
+90°, -90°). Rimossa la guida e condotto il paziente nel bunker
di trattamento, il catetere e’ stato, infine, connesso con un HDR Microselectron
(Nucleotron). L’apparecchio ha avanzato (di 5 in 5 mm) una sorgente di
iridium-192 (Ø 1.1 mm) ad alta attività (10 Ci) lungo il
campo di trattamento, sotto controllo remoto. La dose calcolata è
stata di 5 Gy ad 1 cm dall’asse della sorgente con un tempo di esposizione
complessiva che è variato dai 10’ ai 15’. Il trattamento è
stato ripetuto tre volte a distanza di 7 giorni per una dose calcolata
complessiva di 15 Gy.
Risultati
Al momento dell’analisi dei dati (Dicembre
1997), con un follow-up mediano di 16.8 mesi (range 9-32), 8 pazienti erano
ancora viventi di cui 3 liberi da recidiva endobronchiale. Degli 11 decessi
registrati nel periodo di osservazione, la causa di morte è stata
in 7 casi una progressione loco-regionale ed in 4 una diffusione sistemica
della malattia neoplastica. Un solo decesso è stato il risultato
di una emottisi massiva a 12 mesi dal trattamento combinato in un paziente
con estesa progressione loco-regionale e ripresa di malattia endobronchiale.
La sopravvivenza mediana attuariale globale è stata di 9.2 mesi
senza alcuna differenza statisticamente significativa fra i due gruppi
(10.3?3.5 per il trattamento combinato YAG+HDR e 8.4?2.9 per la sola YAG).
Risposta sintomatica
Alla valutazione dopo la YAG un miglioramento
sintomatico era in tutti i pazienti (100%) che presentavano emottisi (n=7)
o stridore (n=6), nel 71.4% (10/14) di quelli con dispnea, nel 47,3% (9/19)
dei pazienti con tosse. Nessun paziente ha presentato un aggravamento del
quadro sintomatologico di esordio se si eccettua un transitorio incremento
della tosse in 5 pazienti per un periodo variabile dalle 2 alle 4 settimane
dal trattamento. Il periodo libero da sintomatologia (intervallo calcolato
dalla remissione dei sintomi alla loro ricomparsa o al decesso) per i pazienti
responsivi è stato globalmente di 5.4 mesi, con una differenza statisticamente
significativa in favore dei pazienti sottoposti a trattamento combinato
(8.5?1.6 per YAG+HDR vs 2.2?1.1 per sola YAG, p<.05).
Risposta obiettiva
Dei 12 pazienti, che presentavano
atelettasia di uno o più lobi per l’interessamento endobronchiale
al momento dell’entrata nello studio, 8 (66.6%) hanno presentato una riespansione
polmonare con scomparsa o riduzione dei fenomeni atelettasici. In 7 casi
la riespansione è stata la conseguenza della disostruzione laser,
mentre in un paziente la riduzione dell’atelettasia è stata raggiunta
solo dopo la brachiterapia.
I dati di funzionalità respiratoria,
prima e dopo il trattamento laser, sono stati ottenuti in 15 pazienti.
Si e’ registrato un significativo miglioramento dei valori di FEV1 e di
FVC, sia come valori assoluti che come percentuali del predetto, così
come del rapporto fra flusso espiratorio ed inspiratorio forzato al 50%
della capacità vitale (FEF50/FIF50). La valutazione emogasanalitica
effettuata su tutti i pazienti metteva, inoltre, in luce un miglioramento
della PaO2. I pazienti sottoposti a brachiterapia presentavano un ulteriore
ma non significativo incremento dei parametri sopra riportati (Tab ).
Dopo disostruzione laser, l’indice di Speiser
è sceso da 6.8 (?0.7) a 3.0 (?0.8)(p<.001). Il successivo trattamento
con HDR-brachytherapy ha permesso, oltre ad un ulteriore miglioramento
dell’indice di ostruzione bronchiale, seppur statisticamente non significativo,
di ottenere una completa clearance endoscopica della lesione bronchiale
in 6 dei 9 pazienti trattati (66.6%), con 4 risposte complete anatomo-patologiche.
Tale risultato si rifletteva, nel follow-up,
in una differenza significativa fra i due gruppi sia nel periodo libero
da recidiva (7.5?1.6 mesi per il trattamento combinato vs 2.2?1.1 mesi
per la sola disostruzione laser, p<.05) sia, ovviamente, nella necessità
di successivi trattamenti endoscopici (YAG o protesici) (3 vs 15)(p<.05).
Complicanze
Non si è registrata alcuna morbidità
acuta legata al trattamento né si sono avuti decessi, nel primo
periodo di osservazione, correlabili con le procedure adottate. La morbidità
tardiva è stata legata al persistere di una bronchite attinica di
grado II (Gollins1996) in due pazienti e di grado III in un paziente, successivamente
sottoposto a dilatazione con broncoscopio di Dumon-Effer.
Conclusioni
Le procedure adottate si sono dimostrate
sicure ed efficaci e l’HDR mantiene il suo significato palliativo anche
in pts pesantemente pre-trattati, soprattutto in riferimento alle sue capacità
di stabilizzare i risultati ottenuti dalla YAG, migliorandone la qualità
di vita.
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TRATTAMENTO
PROTESICO DELLE OSTRUZIONI NEOPLASTICHE DELL’ESOFAGO
Introduzione
Le protesi endoesofagee sono nate per ripristinare
il transito esofageo permettendo così una alimentazione per via
naturale ed impedire l’accumulo e l’inalazione delle secrezioni orali.
I primi casi di trattamento palliativo delle
stenosi esofagee risalgono alla fine degli anni ‘50, quando Mousseau e
Celestin attuarono una intubazione esofagea retrograda transgastrica. Bisogna
tuttavia aspettare la seconda metà degli anni settanta perchè
venga messa a punto una tecnica endoscopica di posizionamento di protesi
esofagee. Le diverse protesi di prima generazione, di lattice rinforzate
o meno da spirali metalliche, sono caratterizzate dal diametro fisso e
da una metodica di posizionamento sufficientemente complessa e cruenta
da richiedere un’esecuzione in anestesia generale. Ciò è
soprattutto vero per pazienti neoplastici defedati, con scarsa compliance
a manovre invasive come coloro in cui sovente esiste l’indicazione al posizionamento
di una endoprotesi esofagea. Negli ultimi anni, la ricerca e lo sviluppo
di materiali, strumentazioni e tecniche legati all’evoluzione dell’endoscopia
in senso lato hanno permesso la realizzazione di protesi in maglia metallica,
rivestite o meno da una guaina di poliuretano, caratterizzate dalla possibilità
di espandersi fino ad un diametro stabilito, adattandosi alla stenosi e
ottimizzando il lume disponibile al transito alimentare. Il posizionamento
di tali protesi può esser agevolmente eseguito in anestesia locale.
Indicazioni
Indicazione principe al posizionamento di
endoprotesi esofagea è costituita da una stenosi maligna primitiva
o secondaria (infiltrazione da parte di neoplasie di organi adiacenti)
in pazienti con breve spettanza di vita (metastatici) con scadente
performance status che non permette l’attuazione di terapie specifiche
più invasive ed aggressive. Le protesi rivestite di ultima generazione
trovano un adeguato utilizzo, in associazione con endoprotesi delle vie
aeree, anche nel trattamento palliativo delle fistole esofago-respiratorie,
limitando il passaggio di secreto o di aria nei due sensi.
Ogni altra indicazione deve esser valutata
caso per caso. È possibile un utilizzo razionale delle endoprotesi
(soprattutto di quelle rivestite di ultima generazione che impediscono
la crescita endoluminale della neoplasia) anche in pazienti con maggiore
spettanza di vita. Lo stato di decadimento fisico legato alla difficoltosa
alimentazione può, infatti, impedire l’attuazione di una terapia
specifica antiblastica (radio e/o chemioterapica) in grado di migliorare
significativamente la qualità della vita e la prognosi del paziente
stesso.
Controindicazioni
Le controindicazioni al posizionamento di
endoprotesi esofagee sono essenzialmente di ordine tecnico. Principalmente
sono rappresentate dall’impossibilità di accesso endoscopico o di
passaggio di un filo guida attraverso la stenosi, l’impossibilità
di dilatare la stenosi stessa e la presenza di una stenosi coinvolgente
il cardias o lo sfintere esofageo superiore.
Tecnica di posizionamento
Materiali
Indispensabile alla programmazione di un
trattamento protesico endo-esofageo è la possibilità di utilizzo
di una sala di endoscopia adeguatamente dotata di apparecchio radiologico
di scopia (preferibilmente ad arco ruotante) e delle attrezzature necessarie
per l’anestesia generale e la rianimazione.
Gli strumenti necessari per eseguire il
posizionamento di una endoprotesi esofagea con tecnica endoscopica sono
i seguenti:
1. Endoscopio o videoendoscopio flessibile
a visione frontale del calibro di 0,78-1cm (endoscopi pediatrici) che per
il loro diametro consentono il più delle volte il superamento della
stenosi e permettono un bilancio completo della lesione (è preferibile
avere a disposizione una documentazione radiologica con esofagogramma e
TC torace). Tali endoscopi, inoltre, permettono un agevole controllo della
protesi dopo il posizionamento.
2. Fili guida rigidi da cambio da 0.038”
o da 0.035”.
3. Dilatatori esofagei. Il primo dilatatore
esofageo montato su filo guida è stato il dilatatore di Eder-Puestow
ormai soppiantato da uno strumentario meno invasivo e più duttile.
Attualmente la scelta a disposizione dell’endoscopista è fra dilatatori
del tipo “bougie” di Savary (i calibri più frequentemente utilizzati
vanno da 7 a 15 mm)(fig.1) e quelli “a palloncino” del tipo perendoscopico
(Rigiflex-TTS) che eliminano le pressioni tangenziali conservando solo
quelle radiali e permettono una dilatazione sotto visione diretta (lunghezza
del palloncino 8cm con calibri crescenti da 6 a 18mm) (fig.2 ).
4. Introduttore di protesi :
a) L’introduttore per protesi di prima generazione
più diffuso è stato l’applicatore di Nottingham, costituito
di materiale metallico semirigido formato da due sonde cave, flessibili,
munite ad una estremità di un dispositivo che permette di agganciare
e sganciare la protesi. Un canale centrale ne rende possibile lo scorrimento
su filo guida mentre un manipolo di plastica dura ne facilita l’introduzione
in esofago, impedendo successivamente la dislocazione in alto della protesi
durante la rimozione dell’introduttore stesso (fig.3).
b) L’introduttore per le protesi di
seconda generazione è parte integrante del kit con cui viene fornita
la protesi. In materiale plastico flessibile, la sua struttura varia a
seconda del tipo di protesi e, comunque, si presenta formato nelle forme
più semplici da un cilindro interno, dotato di canale per lo scorrimento
del filo guida, la cui estremità distale e ricoperta dalla protesi
e da una guaina esterna che contiene la protesi stessa impedendone l’espansione
(fig.4).
5. Protesi :
a) Esempio di protesi di prima generazione
sono le protesi di Atkinson. Di gomma siliconata radio-opaca con diametro
e lunghezza variabili a seconda delle necessità, queste protesi
sono munite di una spirale di nylon nella parete che le rende più
resistenti al collabimento. Il dispositivo anti-dislocazione è rappresentato
da un rigonfiamento distale e da un cono prossimale che ha anche la funzione
di facilitare il transito degli ingesti (fig. 5).
b) Le protesi di seconda generazione
sono genericamente protesi in maglia metallica autoespandibili fino ad
un diametro massimo prestabilito (richiedono una dilatazione della stenosi
meno drastica rispetto alle protesi di prima generazione). Estremamente
flessibili, tali protesi possono presentarsi rivestite (eccetto che alle
estremità per prevenirne la migrazione) o meno da una lamina di
poliuretano che impedisce la crescita endoluminale della neoplasia e il
passaggio di fluidi e aria in caso di fistola. I diametri degli stent variano
da 17 a 24 mm con una lunghezza di 11.2-13.2 cm (il tratto coperto varia
dai 7.5 ai 9.0 cm). Tali stent permettono inoltre una doppia protesizzazione
con una parziale sovrapposizione (delle estremità non rivestite)
per almeno 5 cm (fig. 6).
Tecnica
La dimostrazione e descrizione radiologica,
quanto più accurata possibile, della stenosi esofagea mediante esofagogramma
e TC torace è consigliabile. L’esplorazione dell’albero tracheo-bronchiale,
quando sia possibile un suo coinvolgimento da parte della neoplasia, deve
sempre precedere la programmazione del trattamento endoscopico della stenosi
esofagea, sia per dimostrare eventuali stenosi associate sia per escludere
la presenza di fistole esofago-tracheali (non evidenziate radiologicamente
per le piccole dimensioni).
Preparato adeguatamente il paziente (preanestesia,
accesso venoso periferico) si procede ad anestesia locale con xilocaina
spray al 10% con irrorazione del palato molle, ugola, faringe e laringe
per la soppressione degli stimoli tussigeni ed emetici. L’introduzione
dello strumento endoscopico dovrà esser eseguita con l’abituale
accortezza e sotto visione diretta sin dal momento del superamento dello
sfintere esofageo superiore. Giunti al margine superiore della stenosi
dovrà esser misurata la distanza dall’arcata dentaria superiore
e, mediante l’utilizzo della scopia, fissato un repere radio-opaco alla
cute in sua corrispondenza. Seguirà quindi l’introduzione, attraverso
la stenosi, del filo guida il cui transito fino alla cavità gastrica
dovrà esser seguito e controllato sotto scopia.
La fase successiva di dilatazione della
stenosi potrà avere diverse modalità a seconda dell’uso di
protesi di prima o seconda generazione. Per le prime, a diametro fisso,
si consiglia l’utilizzo delle bougie di Savary che, sebbene più
traumatizzanti, consentono una più rapida e migliore dilatazione;
per quelle di seconda generazione, autoespandibili, è sufficiente
l’utilizzo dei dilatatori a palloncino senza raggiungere il massimo della
dilatazione. Ovviamente in entrambi i casi la dilatazione dovrà
esser ottenuta con calibri progressivamente crescenti e, quindi, controllata
endoscopicamente. Il passaggio dell’endoscopio oltre la stenosi sarà
necessario non solo per valutare le eventuali lacerazioni prodottesi, ma
anche per determinare la lunghezza della stenosi stessa e misurare la distanza
dall’arcata dentaria del suo limite inferiore. Questo andrà, ugualmente
al superiore, marcato con repere cutaneo radio-opaco.
a) Montata la protesi di Atkinson, scelta
a seconda della lunghezza della stenosi e del diametro di dilatazione raggiunto,
sul posizionatore di Nottingham e fissatala con accuratezza (fig.
7), si procede all’introduzione in esofago del posizionatore stesso sul
filo guida sotto guida radiologica. Aiutandosi con il manipolo nell’esercitare
adeguate pressioni, l’estremità distale della protesi andrà
portata al di sotto del bordo inferiore della stenosi, marcato dal repere
cutaneo, per almeno due cm. Sganciata la protesi dal posizionatore, questo
verrà sfilato lasciando in sede il manipolo, che permettendo il
passaggio dell’esofagoscopio, permetterà un rapido controllo del
posizionamento della protesi e la conferma del superamento dell’estremità
distale della stenosi. Successivamente il manipolo verrà retratto
sotto visione diretta in modo da valutare l’estremità prossimale
della protesi stessa e lo stato dell’esofago a monte della stenosi. La
procedura terminerà con l’esecuzione di un Rx torace con eventuale
passaggio di gastrographyn, per ulteriore controllo del posizionamento
e la dimostrazione di eventuali complicanze (enfisema mediastinico, pneumotorace
etc.).
b) Le prime fasi (ispezione, posizionamento
del filo guida, dilatazione con palloncino, posizionamento dei reperi cutanei
in corrispondenza delle estremità della stenosi) della procedura
di posizionamento dello stent (protesi di seconda generazione) avranno
le medesime caratteristiche di quelle sopra descritte. Le dimensioni e
le caratteristiche (rivestito o meno) dello stent verranno scelte conformemente
alle caratteristiche della stenosi avendo cura che la lunghezza nominale
dello stent superi ad ogni estremità di almeno due cm quella
della stenosi. Controllare che lo stent e la marca radio-opaca distale
siano completamente ricoperti dalla guaina esterna dell’introduttore. Procedere
all’introduzione sul filo guida dello strumento. Sotto controllo radiologico
fare avanzare lo stent attraverso la stenosi, posizionando la marca radio-opaca
distale ben oltre il limite distale della stenosi per tenere conto dell’accorciamento
dello strumento dello stent durante il suo impianto (fig. 8).
Durante l’impianto il dispositivo
di installazione deve esser mantenuto il più diritto possibile.
Man mano che lo stent si dispiega, normalmente si accorcia a partire dalla
marca radio-opaca distale verso quella prossimale. Se tuttavia lo stent
parzialmente impiantato viene fissato dall’estremità della stenosi,
l’accorciamento può avvenire anche in senso inverso. Per dispiegare
lo stent è necessario tenere fermo il cilindro interno e far scivolare
lentamente la guaina esterna all’indietro verso l’impugnatura stessa. È
conveniente dispiegare solo la prima metà dello stent e quindi controllare,
anche mediante contrasto per i posizionatori che lo consentono, il posizionamento.
Se la procedura fin qui adottata sarà stata adeguata, si potrà
procedere oltre. In caso contrario, a questo punto, sarà sempre
possibile, facendo scorrere in avanti la guaina esterna, reimpegnare la
protesi all’interno del posizionatore cercando una migliore locazione della
protesi stessa. Quando lo stent è completamente posizionato e dispiegato,
è possibile togliere il dispositivo di rilascio, lasciando però
il filo guida (fig. 9).
Nel tirare indietro il dispositivo
di installazione si dovrà agire molto delicatamente in modo che
la sua parte distale non si impigli ai filamenti dello stent. Se lo stent
non copre o copre solo parzialmente la stenosi, si dovrebbe impiantare
un secondo stent sovrapponendolo parzialmente al primo come precedentemente
descritto. Anche in questo caso è necessario un controllo radiologico
postoperatorio. In caso di necessità una ulteriore dilatazione con
catetere a palloncino sarà possibile dall’interno della protesi.
Complicanze
Queste comprendono, per entrambi i tipi di protesi descritte, le seguenti evenienze:
Gestione della protesi esofagea
Sono necessari controlli clinici mensili
presso la struttura responsabile del posizionamento. La complessità
(Rx torace, esofagogramma, endoscopia) di tali controlli sarà a
discrezione del medico responsabile.
L’alimentazione sarà per i primi
giorni liquida o semisolida. Solo successivamente se il paziente è
capace di una masticazione efficace potrà esser alimentato con solidi
soffici e teneri a basso contenuto di scorie (da proscrivere se non macinati
manzo, pollo lesso, finocchi, sedano, agrumi). Il paziente deve esser invitato
a masticare lungamente e ad assumere bocconi di piccole dimensioni, facendo
seguire la deglutizione dall’ingestione di acqua possibilmente gasata.
È consigliabile sollevare la testata del letto e comunque non coricarsi
mai prima di due ore dall’ultimo pasto, per evitare il reflusso gastro-esofageo.
La copertura con H2 antagonisti e procinetici è di utile complemento.
Nostra esperienza
Dal Settembre 1987 al Dicembre 1996, 42 pazienti
sono stati sottoposti a posizionamento di protesi endoesofagea presso la
Divisione di Chirurgia Toracica del Dipartimento di Chirurgia dell’Università
Pisa. I pazienti (29M e 13 F), con età media di 70.2 anni (range
54-83) erano portatori in 19 casi (45.2%) di ca. dei 2/3 inferiori dell’esofago,
in 10 (23.8%) di ca. polmonare infiltrante l’esofago, in 8 (19%) di ca.
cardias, in 2 (4.7%) di ca. gastrico infiltrante il cardias ed in 3(7.3%)
di recidiva neoplastica esofagea post-chirurgica.
In 8 casi (19%) il posizionamento è
avvenuto dopo esplorazione chirurgica, mentre nei restanti 34 (81%) la
manovra è stata eseguita d’ambleé. Nei primi 30 pazienti
della nostra serie è stata posizionata una protesi di Atkinson,
mentre negli ultimi 12 è stata posizionata una protesi a maglia
metallica (tipo Wall-stent) rivestita con guaina in poliuretano. Il posizionamento
delle protesi di Atkinson è avvenuto sempre in anestesia generale,
mentre le protesi a maglia metallica sono state posizionate in anestesia
locale con lidocaina 2%, previa blanda sedazione del paziente con diazepam
e fentanile ev. La dilatazione della stenosi si è resa necessaria
in 19 pazienti (63%) prima del posizionamento della protesi di Atkinson.
Sono stati utilizzati 4 volte i dilatatori di Eder-Puestow e 15 volte le
sonde di Savary. Nei pazienti sottoposti a posizionamento di protesia maglia
metallica, la dilatazione è stata necessaria solo 6 volte (50%),
utilizzando sempre sonde di Savary.
In tutti i pazienti dopo 24-48 ore è
stato eseguito un controllo endoscopico e un Rx esofago-gastrico con Gastrographin@.
Non è stata registrata mortalità operatoria né peri-operatoria.
La sopravvivenza mediana è stata di 5.4 mesi e 2 pazienti sono tuttora
viventi rispettivamente dopo 8 e 9 mesi dal posizionamento della protesi
(entrambi portatori di protesi tipo Wall-stent). Le complicanze immediate
sono state registrate esclusivamente nei portatori di protesi di Atkinson
(1 dislocazione completa ed 1 parziale, che hanno richiesto il riposizionamento).
Tra le complicanze tardive per i portatori di protesi di Atkinson abbiamo
registrato 3 ostruzioni da crescita del tumore, 3 ostruzioni da alimenti
e 3 dislocazioni tardive. Nei portatori di protesi tipo Wall-stent le complicanze
sono state tutte tardive (2 ostruzioni da crescita tumorale e 2 ostruzioni
da alimenti).
Indipendentemente dal tipo di protesi, in
tutti i pazienti si è avuta una riduzione della disfagia con miglioramento
significativo (p<.0005) del PS (40+6.82 a 75+4.3) e conseguentemente
della qualità di vita.
Conclusioni
Gli stent esofagei offrono benefici, in termini
di palliazione e sopravvivenza, simili, se non maggiori, a quelli dalla
laser terapia o da altre tecniche atte a controllare la disfagia. Coloro
che trattano pazienti portatori di stenosi neoplastiche esofagee sono testimoni
di come il sollievo dalla disfagia e il ripristino di una adeguata nutrizione
migliorano significativamente la qualità di vita permettendo al
paziente di assaporare ancora il piacere del mangiare e del bere per il
tempo a lui restante.
Per quanto riguarda la scelta del tipo di
protesi da impiantare la discussione è tuttora aperta in ambito
medico ed economico sanitario. Le protesi di prima generazione hanno basso
costo ma il loro utilizzo è gravato da una maggiore morbilità
e mortalità. Gli stent endoesofagei, pur di costo assai superiore,
oltre che esser di più facile posizionamento sembrano, almeno per
i dati fino ad ora disponibili, più sicuri e riscontrano una maggiore
compliance da parte del paziente. Un analisi dei costi eseguita negli USA
ha dimostrato che il costo delle due metodiche non presenta differenze
poi così rilevanti. La più lunga ospedalizzazione media (legata
alla morbilità) e la necessità di anestesia generale per
le protesi di prima generazione riducono in maniera significativa il gap
fra i costi del solo materiale protesico.
È opportuno diffondere la conoscenza
di tali metodiche affinché l’indicazione sia adeguata e tempestiva,
permettendo ad un maggior numero di pazienti di godere dei benefici ad
esse legati. Anche in pazienti terminali il senso etico e morale deve avere
il sopravvento sulla semplice analisi economica.
Bibliografia
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INALAZIONE
DI CORPI ESTRANEI RADIOTRASPARENTI IN ETA’ PEDIATRICA: ASPETTI DIAGNOSTICO/TERAPEUTICI.
Introduzione
Negli Stati Uniti l'inalazione
di corpi estranei (CE) causa la morte di oltre 300 bambini ogni anno (1).
La sintomatologia comprende: soffocamento, distress respiratorio, tosse,
infezioni polmonari, emottisi (2,3).
Di solito vengono interessati
i bambini in età inferiore ai tre anni per cui spesso risulta impossibile
la raccolta di un’anamnesi affidabile (4,5). Si comprende così perché
i piccoli pazienti possano arrivare al ricovero persino parecchi giorni
dopo l'inalazione, a volte con diagnosi clinica fuorviante.
In questi casi, la radiografia
del torace assume particolare valore nell’interpretazione diagnostica (4,6).
Mentre i CE radioopachi sono evidenziati con facilità, quelli radiotrasparenti
possono essere individuati soltanto sulla base dei segni indiretti polmonari.
Una volta formulato il sospetto diagnostico, l’endoscopia bronchiale diventa
un momento indispensabile per la conferma della diagnosi ed il conseguente
trattamento.
Casistica
Negli ultimi 20 anni, 23 pazienti in età pediatrica sono stati sottoposti a rimozione endoscopica di CE presso la U.O. di Chrurgia Toracica del Dipartimento di Chirurgia dell'Università di Pisa. Nell'ultimo anno 4 pazienti, di età inferiore ai 3 anni, sono giunti alla nostra osservazione per la presenza di distress respiratorio comparso da 5 a 12 giorni dopo l'inalazione accidentale di CE radiotrasparenti.
Caso 1.
N.G., femmina, di 11 mesi,
è stata inviata in osservazione, presso al Clinica Pediatrica del
nostro Ospedale, con diagnosi clinica di bronchiolite sulla base del rilievo
di tosse secca e persistente, distress respiratorio, cianosi periferica,
assenza di febbre. La radiografia del torace evidenziava l'atelettasia
del lobo superiore sx con enfisema compensatorio del polmone destro (Fig.
1).
Fig.
1
Solo un’anamnesi molto accurata ha permesso di ricostruire che 5 giorni prima i genitori avevano visto la bambina ingerire della carta igienica. Al momento della nostra osservazione le condizioni della piccola paziente era critiche per l’ipossia (SaO2 di 60-70 mmHg), la carbonarcosi e la tachicardia. Intubata in urgenza (tubo orotracheale 3.0) e ventilata manualmente, non mostrava segni di ripresa. Era evidente che la ventilazione aumentava lo sbandamento del mediastino per insufflazione del polmone dx con conseguente ostacolo al ritorno venoso. La bambina è stata quindi immediatamente estubata ed è stato introdotto un broncoscopio rigido (Storz 3.5). Si evidenziava un grosso frammento di carta che ostruiva il tratto terminale del bronco principale sx. La rimozione di questo, seguita dalla aspirazione di secrezioni dense e da lavaggi con soluzione fisiologica, permetteva la riespansione del polmone sx con riequilibrio del mediastino e conseguente rapida risalita della SaO2 e riduzione della frequenza cardiaca.
Fig.
2
Il follow-up ha permesso di evidenziare nei 9 giorni successivi una normalizzazione del quadro clinico e radiologico (Fig. 2).
Caso 2.
S.G., femmina di 31 mesi, è
giunta nel nostro Ospedale per distress respiratorio che durava da alcuni
giorni e che era stato riferito ad asma bronchiale. In realtà, 12
giorni prima del ricovero ospedaliero la bambina aveva accidentalmente
inalato un pop-corn, che i genitori pensavano avesse espulso durante un
accesso di tosse immediatamente successivo. La radiografia del torace evidenziava
un apparente opacamento dell'emitorace dx con iperespansione del sinistro
(Fig. 3).
Fig.
3
La paziente è stata così sottoposta
ad endoscopia con broncoscopio rigido in anestesia generale: l’esame evidenziava
una assenza di anomalie nell’emisestema bronchiale dx, mentre a sx evidenziava
un CE che provocava un'ostruzione pressoche completa del bronco principale
sx. Il CE determinava, con la meccanica respiratoria, un effetto "valvola"
con incarceramento di aria nel polmone sx. La rimozione del CE evidenziava
una reazione della mucosa bronchiale soprattutto all’origine del bronco
lobare inferiore.
Nei giorni successivi si è
assistito ad un progressivo miglioramento delle condizioni cliniche. Ad
un controllo radiologico eseguito dopo due giorni permaneva un'atelectasia
segmentaria triangolare alla base del polmone di sinistra, in sede retrocardiaca,
già riscontrabile, a posteriori, nella radiografia eseguita prima
della rimozione endoscopica.
Fig.
4
Dopo un'ulteriore settimana, di osservazione e terapia medica il quadro radiografico del torace è rientrato nella norma (Fig. 4).
Caso 3.
R.T., maschio di 17 mesi, aveva presentato
7 giorni prima del ricovereo un violento accesso di tosse stizzosa mentre
stava giocando con dei pastelli a cera. Tale episodio era passato inosservato
per cui il distress respiratorio accompagnato da febbre alta (39.2 C°)
evidenziatosi successivamente era stato riferito ad un processo infettivo
delle prime vie aeree. La radiografia del torace eseguita al momento del
ricovero mostrava una atelectasia del lobo medio (Fig. 5).
Fig.
5
Sottoposto ad endoscopia con
broncoscopio rigido, in anestesia generale, e stato possibile individuare
e rimuovere alcuni frammenti di pastello a cera che ostruivano il bronco
lobare medio, facilmente individuabili grazie anche al loro colore giallo
fluorescente.
Il paziente è stato dimesso dopo
sei giorni in buone condizioni con quadro radiologico del torace completamente
negativo (Fig. 6).
Fig.
6
Caso 4.
R.A., femmina di 20 mesi, mentre mangiava
delle arachidi improvvisamente presentava violenti accessi di tosse, dispnea
e cianosi. Soccorsa dai genitori, che le facevano assumere una posizione
“a testa in giù”, la bambina superava l’episodio acuto pur persistendo
una tosse stizzosa. Il giorno successivo, per il persistere della tosse
e la ripresa della dispnea associata a cianosi, la paziente veniva ricoverata.
La radiografia del torace non evidenziava alterazioni di rilievo (Fig.
7) e, per la diagnosi di presunzione, la bambina ci veniva proposta per
esame endoscopico.
Fig.
7
Questo, eseguito con broncoscopio rigido in anestesia generale, evidenziava secrezioni puruloidi provenienti dal bronco lobare inferiore dx. Dopo toilette, venivano alla luce due frammenti di arachide che ostruivano in parte l’origine della piramide basale dove la mucose appariva edematosa ed eritematosa (Fig. 8).
Fig.
8
Il frammento più grosso veniva rimosso
con pinza rigida, mentre il più piccolo irraggiungibile con la pinza
rigida veniva rimosso con pinza da biopsia flessibile.
Due giorni dopo la bambina
veniva dimessa in buone condizioni cliniche.
Discussione
L'inalazione accidentale di
CE si riscontra con maggiore frequenza in bambini sotto i 6 anni di età,
ed è massima tra 12 e 36 mesi (7,8). Essa rappresenta un evento
potenzialmente in grado di mettere in pericolo la vita del bambino, in
una casistica di oltre 1000 pazienti è stata riscontrata una mortalità
del 3,6 % (9).
L’anamnesi è un elemento importante
per la diagnosi ed in sua assenza possono orientare alcuni elementi quali
la variabilità dei segni clinici, la mancata risposta alla terapia
medica, l’andamento progressivamente ingravescente del quadro respiratorio.
I CE possono essere divisi
in irritanti ed inerti. Questi ultimi sono di solito radioopachi e quindi
facilmente visualizzabili. I CE irritanti sono quelli di natura organica
e, soprattutto se oleosi, provocano una rapida reazione infiammatoria della
mucosa (10), come accaduto dei nostri 2° e 4° paziente. In questi
pazienti l’ostruzione del bronco è spesso totale a causa delle proprietà
igroscopiche del CE che lo fanno aumentare di volume assorbendo le secrezioni
della mucosa. Le proteine antigeniche, gli olii e gli acidi organici possono
essere responsabili di bronchiti allergiche o chimiche (11-13), definite
“bronchiti vegetali”, come accaduto nel caso 4 della nostra esperienza.
La reazione allergica sarebbe inoltre inversamente proporzionale all’età
(13) per cui il quadro clinico potrebbe essere falsato assumendo l’aspetto
di una sindrome asmatiforme (caso 2).
Nei bambini che hanno inalato
un CE, l’impegno respiratorio può essere attribuito sia alla atelectasia
da riassorbimento che si stabilisce a valle di una ostruzione completa,
che all’enfisema a valvola che determina un progressivo intrappolamento
d’aria (6). Entrambi questi meccanismi sono riscontrabili nei primi 3 bambini
da noi trattati. Nel primo caso, l’atelectasia del polmone sinistro causava
un consensuale sbandamento del mediastino con iperinsufflazione del polmone
destro. In questa paziente la ventilazione manuale, eseguita in urgenza
per le compromesse condizioni cardio-respiratorie, accentuava l’enfisema
vicariante del polmone dx aumentando lo sbandamento mediastinico e provocando
una ulteriore riduzione del ritorno venoso cardiaco. Il riconoscimento
di questa condizione deve indurre alla immediata rimozione del CE, anche
in soggetti in gravi condizioni. Nel secondo caso, il meccanismo a “valvola”
del CE ha indotto una iperespansione del polmone sx con alterazioni a carico
di quello dx. Su questo lato era stato così indirizzato il sospetto
diagnostico. L’esame endoscopico, però, non rilevava alterazioni
a dx mentre il CE veniva rilevato a sx. Ciò sottolinea la necessità
di effettuare sempre l’esplorazione bilaterale. Il terzo caso appare come
un classico esempio di CE radiotrasparente, non visibile direttamente alla
radiografia del torace, ma sospettabile per la presenza di una atelectasia
lobare, poi confermato durante l’intervento endoscopico.
In alcuni casi, inoltre, il
quadro radiologico può risultare negativo come appariva nel caso
4. Diventa così indispensabile, per formulare un sospetto diagnostico,
una accurata anamnesi.
Il quadro radiologico
dimostra la presenza del CE in una bassa percentuale di casi, mentre è
negativo nel 25% ed evidenzia segni indiretti in oltre il 70% (7). Questi
ultimi si rendono spesso evidenti solo a distanza di tempo dalla inalazione:
il 4° caso testimonia proprio quest’ultimo aspetto. La radiografia
del torace eseguita 16 ore dopo l’inalazione del CE non mostrava segni
diretti od indiretti della sua presenza. Solo il dato anamnestico dell’
inalazione ha permesso di sospettare la diagnosi ed intervenire rapidamente
per la rimozione.
La broncoscopia, indispensabile per
la conferma della diagnosi, consente anche la rimozione del corpo estraneo
inalato e, se eseguita tempestivamente, riduce la possibilità di
complicanze (14-16). L’indicazione alla broncoscopia sussiste nei quadri
radiologici positivi per CE (segni diretti o indiretti) e nei soggetti
con anamnesi positiva per inalazione.
I limiti della broncoscopia sono dovuti
alla durata dell’esame, forma e natura del corpo estraneo, tempo di permanenza
nelle vie aeree.
In conclusione, anche nella
nostra esperienza si ribadisce l’importanza di un’anamesi molto accurata,
volta a rilevare la possibilità di inalazione accidentale nel bambino.
Se la diagnosi è tempestiva l’urgenza, tranne rari casi di ostruzione
del laringe o della trache è differita. Per tale motivo l’esame
endoscopico deve essere effettuato in ambiente idoneo con mezzi e personale
specializzato.
Bibliografia.
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ACCESSO
COMBINATO ALLE LESIONI A SVILUPPO INTRATORACICO ED INTRASPINALE
Introduzione
Sono note le difficoltà
di approccio semplice sia posteriore che intratoracico per i tumori del
mediastino con componente intraspinale e d'altra parte le procedure in
due tempi successivi si sono dimostrate a maggior rischio di lesioni cordali,
indipendentemente dalla via scelta per prima; la procedura in un'unica
seduta viene ritenuta pertanto da molti AA la metodica piu' valida (1-4).
Grillo ed altri AA(1) hanno
proposto per i tumori nervosi mediastinici con sviluppo intraspinale, i
cosidetti tumori nervosi a clessidra, una via di accesso combinata toraco-vertebrale
con cui si ottiene la contemporanea esposizione delle due regioni.
Abbiamo verificato l'utilità di questo
accesso per il trattamento di due lesioni di natura diversa (cisti da echinococco
e condroma) entrambe a sviluppo endotoracico ed intraspinale, e per realizzare,
quando necessario, interventi di stabilizzazione della colonna.
Materiale e Metodi
Con il paziente posto in decubito laterale
ruotato anteriormente a circa 110°, si procede ad una incisione verticale
mediana sui processi spinosi 5 cm sopra e 5 cm sotto la sede della lesione,
prolungata lateralmente dopo una stretta curva al di sotto della punta
della scapola, seguendo il procedimento utilizzato per una toracotomia
postero-laterale standard (Fig1). Mobilizzato un flap cutaneo e sezionati
i muscoli gran dorsale e trapezio, si entra nel cavo pleurico attraverso
lo spazio intercostale prescelto in base all'altezza della lesione.
Come primo tempo si procede
alla mobilizzazione completa della porzione intratoracica e successivamente
si aggredisce la parte intraspinale attraverso l'incisione verticale usata
come via posteriore tradizionale. In questo modo è possibile effettuare
l'escissione completa della lesione sotto visione diretta, con un unico
intervento attraverso la stessa incisione cutanea.
Caso 1
Paziente di sesso maschile,
45 anni, giunge alla nostra osservazione per una lesione dell'emitorace
posteriore sinistro riscontrata occasionalmente. La TAC evidenzia una neoformazione
a carico del tratto posteriore della VI e VII costa sx con interessamento
dell’articolazione D6-D7(Fig. 2).
Un agoaspirato TAC guidato risulta inconclusivo.
Viene pertanto posta indicazione
ad intervento chirurgico mediante accesso combinato in un unico tempo.
Effettuata una incisione cutanea
al bordo superiore della VII costa estesa verticalmente verso l'alto per
10 cm circa sui processi spinosi, si entra nel cavo pleurico al VII spazio
dove si estrinseca parte della neoplasia che si presenta capsulata, solida,
di superficie liscia, inglobante l'inserzione posteriore della VI e VII
costa, senza rapporti infiltrativi con il polmone che risulta solo parzialmente
aderente. Dopo aver mobilizzato la neoplasia con sezione sull'ascellare
posteriore della VI e VII costa, constatato il coinvolgimento del corpo
di D6 e della sua lamina, si è proceduto ad emilaminectomia di D6
e quindi ad asportazione in blocco della neoplasia con parte del corpo
vertebrale.
L'esame istopatologico ha diagnosticato
la lesione asportata come condroma.
Il paziente è stato trattenuto
fino alla XV giornata post-operatoria per una modesta infezione dei piani
superficiali della ferita.
Al follow-up dopo 5 anni non sono presenti
segni di recidiva.
Caso 2
Femmina, di 26 anni,
immigrata in Italia dal nord Africa nell’ottobre del 1993 ha iniziato ad
accusare dolore dorsale ad andamento intermittente con insorgenza imprevedibile
e sporadica. L’ intensità e la frequenza del dolore si è
progressivamente accentuata associandosi a deficit di forza degli arti
inferiori.
La TAC torace e la RNM della
colonna hanno evidenziato un voluminoso processo espansivo di aspetto polilobato.
La lesione interessava la V e VI costa, i corpi vertebrali di D4
e D5, i loro peduncoli e le lamine di sx; a prevalente sviluppo endotoracico,
la lesione raggiungeva la loggia costo-vertebrale e attraverso i forami
di coniugazione D4-D5 e D5-D6 lo spazio epidurale postero-laterale sx dove
comprimeva e dislocava controlateralmente il midollo spinale contiguo (Fig.
3-4).
Un agoaspirato con ago sottile ecoguidato
sulla lesione, ha dimostrato la presenza di anticorpi anti-echinococco.
L’intervento è stato
effettuato utilizzando l' accesso chirurgico precedentemente descritto
al VI spazio intercostale sx con l'incisione posteriore mediana estesa
qualche cm sopra e sotto D4.
Si è quindi proceduto all'isolamento
intratoracico della lesione con resezione in blocco del tratto posteriore
della IV e V costa. Successivamente giunti sul corpo D4 ed evidenziata
la cisti extradurale, si è isolata la stessa, con successivo currettage
ed emilaminectomia sx di D4 e D5. Al momento dell’exeresi si è avuto
la rottura accidentale della cisti con parziale fuoriuscita di liquido
idatideo; si è provveduto pertanto ad un accurato e prolungato lavaggio
con PVD iodato chirurgico; si è quindi proceduto a scheletrizzazione
da D2 a D7 con passaggio di fili sublaminari a livello di D2-D3-D6-D7 e
posizionamento di rettangolo di Hartschill per una stabilizzazione ottimale.
La paziente non ha sviluppato complicanze ed è stata dimessa in
X giornata p.o.
Ad un follow-up di 2 anni,
la paziente non ha sviluppato recidiva.
Discussione
Nonostante le difficoltà
tecniche del trattamento chirurgico ed i risultati non proprio lusinghieri,
la via di approccio alle lesioni intratoraciche coinvolgenti la colonna
e/o il canale spinale è stato un argomento affrontato senza sufficiente
chiarezza fino agli anni 80. Anche per i neurinomi a clessidra
del mediastino, indubbiamente la forma piu' semplice e frequente di lesione
intratoracica con estensione al canale spinale, non vi era uniformità
di vedute sulla via di accesso (5).
I risultati della semplice
via di accesso posteriore erano deludenti così come quelli dell'
approccio toracico, seguito o no da un secondo tempo vertebrale(2,5). D'altra
parte tali scelte sembrano piu' condizionate dall'area di provenienza del
chirurgo toracico o vertebrale, che da oggettive considerazioni anatomo-topografiche
od oncologiche(3).
Piu' recentemente è
stato riproposto l'utilizzo di queste due vie in un'unica seduta associando
alla tradizionale incisione paravertebrale un tempo per via toracoscopica,
metodica per altro utilizzabile solo nelle lesioni non maligne e quando
non siano richieste estese demolizioni(4).
Nel '83 Grillo e Coll. avevano
proposto una via combinata toraco-vertebrale per l'escissione di entrambi
le componenti dei neurinomi a clessidra sotto il controllo visivo, mediante
un singolo intervento attraverso un'unica incisione cutanea (1). Questa
tecnica sembra particolarmente indicata per l'asportazione di lesioni maligne
o che comunque devono essere necessariamente rimosse in blocco, pena
la possibilità di recidive. Infatti si ottiene la contemporanea
esposizione delle due regioni coinvolte, per cui è possibile avere
il pieno controllo del processo patologico ed effettuare anche demolizioni
importanti, in assenza di complicanze post-operatorie rilevanti (1). Successivamente
altri AA, ritenendo modesta l'esposizione ottenibile con questo accesso,
ne hanno limitato le indicazioni; Ricci e Coll. ad esempio la riservano
a tumori coinvolgenti un solo forame e con estensione intraspinale limitata,
preferendo il doppio approccio per le lesioni piu' complesse(2).
Nei due casi trattati con l'accesso
descritto da Grillo abbiamo ottenuto un' esposizione ottimale delle regioni
interessate con la possibilità di effettuare non solo laminectomie
multiple ma di realizzare anche tecniche di stabilizzazione della colonna
in presenza di demolizioni estese.
La nostra esperienza conferma
la necessità, peraltro già focalizzata da altri(1), di un'attenta
valutazione preoperatoria per definire il livello ed il grado di coinvolgimento
della colonna vertebrale e delle strutture nervose in essa contenute. Solo
in questo modo è possibile pianificare correttamente la procedura
per il cui successo risultano determinanti la scelta di una resezione combinata
in un unico tempo e la collaborazione del chirurgo toracico con quello
vertebrale.
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