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CHIRURGIA ITALIANA
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| Morbi-mortalità operatoria relativa alla severità dell’anemia acuta. Presentazione di 3 casi clinici complicati in pazienti Testimoni di Geova e revisione della letteratura. |
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| D Proposito, R Gramolini*, V Corazza, B Mancini, S Gallina, L Montemurro, S Veltri, M Carboni - Divisione di Chirurgia Generale A – dipartimento di chirurgia Generale, Specialità Chirurgiche e Trapianti d’Organo “Paride Stefanini” - *Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia – Centro Trasfusionale - Università degli Studi di Roma “La Sapienza” |
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E stato dimostrato che è
possibile effettuare interventi di chirurgia maggiore in pazienti che
rifiutano trasfusioni di sangue ed emocomponenti, come i Testimoni di
Geova. Tuttavia, in base ad una revisione accurata delta letteratura,
abbiamo esaminato criticamente l’incidenza della morbi-mortalità
relativa alla severità dell’anemia acuta. Riportiamo, inoltre, i casi
clinici di tre pazienti Testimoni di Geova che, sottoposti ad intervento
di chirurgia maggiore, hanno subito complicanze nel postoperatorio. I
caso: paziente di sesso maschile di 50 aa affetto da acalasia
esofagea e sottoposto a miotomia extramucosa secondo Heller e
fundoplicatio secondo Nissen. Il decorso postoperatorio è stato complicato
da emorragia massiva ed il paziente è stato rioperato in I giornata
postoperatoria (GPO). Dopo quattro anni, per esofagite cronica di grado
severo, è stato sottoposto ad esofagectomia totale. In 13a GPO il
paziente ha lamentato i segni di ischemia miocardica anterosettale,
trattata con terapia medica. Il caso: paziente di sesso maschile di 40 aa ricoverato per
rettocolite ulcerosa e sottoposto a colectomia totale. In I GPO il
paziente ha manifestato emorragia massiva e shock emorragico. Sottoposto a
reintervento chirurgico, il decorso postoperatorio è stato complicato da
ischemja miocardica, insufficienza renale e dall’insorgenza di una
fistola enterocutanea. III caso:
paziente di sesso femminile di 65 aa affetta da rettocolite ulcerosa e
trattata chirurgicamente con colectomia totale ed ileostomia temporanea.
La paziente ha quindi presentato trombosi venosa profonda degli arti
inferiori ed edema polmonare. E’
deceduta, a distanza di 14 mesi dall’intervento chirurgico, per
emolisi massiva da sospette crioagglutinine, con conseguente arresto
cardiorespiratorio. |
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Introduzione.
-. Abbiamo già
dimostrato, in uno studio retrospettivo su 51 pazienti Testimoni di Geova
da noi osservati1, che esistono differenze statisticamente
significative comparando una serie di variabili nei pazienti sottoposti a
chirurgia minore-media (gruppo A) vs chirurgia maggiore (gruppo B). Casi
clinici complicati
Un mese
prima del ricovero, il paziente ha riferito l‘aggravamento della
sintomatologia suddescritta e la comparsa di disfagia paradossa, di
rigurgito di materiale alimentare post-prandiale e di calo ponderale (12
Kg negli ultimi sei mesi). Al momento
del ricovero (08/1 0/1 994) (proteine totali: 6,2 g/dl; Hgb: 15,4 g/dI;
Hct: 48,5%), è stato posizionato un sondino per la nutrizione enterale.
La fibro-broncoscopia (8/10/1
994) non ha mostrato nulla di rilevante ed il lavaggio bronchiale ha dato
esito negativo alla ricerca di cellule neoplastiche. Eseguita
un’angio-TC torace (31/1 0/1 994), è stata rilevata, nel segmento
dorsale del lobo superiore del polmone destro, una zona di parenchima con
aumento dei valori di densità ed aspetto “a vetro smerigliato”, come
da impegno alveolare di natura infiammatoria. Assenza di tumefazioni
linfonodali in sede mediastinica ed ilare. Alle PFR (3/10/1994) è stato
evidenziato un moderato deficit ventilatorio di tipo ostruttivo ed una
lieve alcalosi metabolica (eccesso basi + 3,9 mEq/l). L’intervento
effettuato in data 04/11/1994 è consistito in una miotomia extra mucosa
secondo Heller (12 cm di lunghezza) e fundoplicatio secondo Nissen. E
stata eseguita una emodiluizione preoperatoria di circa 400 ml. Il
decorso postoperatorio è stato complicato da emorragia massiva (Hgb: 5,3
g/dl; Hct: 25%). Il
paziente è stato sottoposto a reintervento in 1a giornata
postoperatoria (05/11/1994), in condizioni di urgenza, utilizzando il
recupero intraoperatorio, che ha permesso l’aspirazione di circa 1500 ml
di sangue e coaguli e la trasfusione di 620 ml. L’origine del
sanguinamento è stata identificata e due vasi pericardiali anteriori sono
stati legati. Revisione accurata dell’emostasi e lavaggi peritoneali
ripetuti con fisiologica. Posizionamento di un drenaggio, che ha drenato
in totale 745 ml in sei giorni. Il
decorso postoperatorio è stato regolare. Il paziente è stato
dimesso in 12a giornata post-operatoria (Hgb: 8,0 g/dl; Hct: 26,1%). Il paziente è stato ricoverato di nuovo in data
18/02/1998 per disfagia paradossa, rigurgito ed eruttazioni (Hgb: 15,6
g/dl; Hct: 45,8%; proteine totali 6,5 g/dl). All’Rx torace (19/02/1998)
non c’è stata evidenza di alterazioni pleuroparenchimali focali con
carattere di attività, ombra cardiovascolare nei limiti e seni
costofrenici normoespansi. Alle PFR (20/02/1 998) gli indici funzionali
toracopolmonari di ventilazione sono risultati nei limiti. La EGDS (27/02/1998) ha rilevato una notevole
dilatazione dell’esofago, tortuoso nel suo tratto distale, con mucosa
esofagea ispessita ed esofagite cronica di grado severo. All’Rx
digerente (02/03/1 998) è stata dimostrata la marcata dilatazione del
viscere che a livello del III distate si dilata ulteriormente in una sacca
dove il mezzo di contrasto si livella e transita con difficoltà, senza
immagini riferibili ad attività peristaltica. E stato evidenziato un
restringimento severo in corrispondenza della giunzione esofago-gastrica e
posta diagnosi di dolicomegaesofago recidivo. All’angio-TC
torace e addome (19/03/1998) è stata rilevata in sede periilare destra la
presenza di una dilatazione branchiale con la presenza di componente
fluido densa endoluminale. La Ph-manometria esofagea (01/04/1998) ha
evidenziato l’ipertonia asimmetrica dello sfintere esofageo inferiore
non inibentesi con gli atti deglutitori verosimilmente da esiti
postoperatori in esofago acalasico. Il paziente è stato sottoposto a
nutrizione enterale dal 22/04/1998, per migliorare lo stato nutrizionale,
prima dell’intervento chirurgico effettuato in data 07/05/1998
(esofagectomia totale, con trasposizione di tubulo gastrico ed anastomosi
cervicale esofago-gastrica in duplice strato a punti staccati, associata a
colecistectomia). “Toracotomia
postero-laterale destra sul V spazio intercostale destro, il cavo pleurico
appare libero da aderenze. Si incide la pleura mediastinica posteriore e
si espone l’esofago che appare fortemente ectasico con pareti iperemiche
e flaccide. Si procede all’isolamento dell’esofago che viene caricato
su sonda di Nelaton morbida. Si prepara l’arco della vena azygos, che
viene caricato su una fettuccia e trazionato verso l’alto, in tal modo
si continua la preparazione dell’esofago, che viene completamente
isolato sino alla cupola pleurica. Inferiormente, a livello dell’atrio
destro e della vena polmonare inferiore, il viscere appare tenacemente
adeso al pericardio ed alle strutture vascolari limitrofe, come esito di
periesofagite cronica. Si procede allo scollamento dell’esofago per via
smussa sino allo jato esofageo. Mediante stapler lineare TA3O l’esofago
viene sezionato a livello iuxtaiatale ed a livello della cupola pleurica.
Il viscere viene quindi asportato, facendolo sfilare sotto l’arco
dell’ azygos, che viene in tal modo preservato. Revisione
dell’emostasi, doppio drenaggio del cavo pleurico, sutura a strati della
toracotomia. Dopo aver
cambiato la posizione del paziente per laparatomia e cervicotomia
sinistra, si inizia il tempo addominale. Laparatomia mediana
xifo-ombelicale. Si evidenzia un’ectasia della colecisti, con ipertrofia
delle pareti, per cui si pratica una colecistectomia, previo isolamento,
legatura e sezione dell’arteria e del dotto cistico. Presenza di tenaci
aderenze nella regione jatale, esiti del pregresso intervento. Si reperta
la regione iuxtacardiale con presenza di fundoplicatio a 360°.
Dopo la lisi aderenziale, si inizia la gastrolisi sezionando il
legamento gastro-colico e gastro-epatico con sezione dell’arteria
gastrica sinistra. Alla fine si confeziona un tubulo gastrico a spese
della grande curva utilizzando come peduncolo vascolare l’arteria
gastro-epiploica destra. Il neoesofago appare sufficientemente lungo in
modo da raggiungere la regione cervicale senza tensioni o torsioni
vascolari. Si traspone il tubulo gastrico al collo per via mediastinica
posteriore, dopo aver praticato una cervicotomia sinistra e repertato
l’esofago cervicale. Anastomosi cervicale esofago-gastrica in duplice
strato a punti staccati. Drenaggio sottoepatico ed in loggia splenica,
redon cervicale para-anastomotico; sutura a strati degli accessi
chirurgici”. Nelle prime
3 giornate postoperatorie il paziente è stato seguito in Reparto di
Terapia Intensiva (Hgb intraoperatoria: 7,0 g/dl). In 4a
giornata (Hgb: 5,1 g/dl; Hct: 14,7%; proteine totali: 4,7 g/dl) il
paziente è stato sottoposto ad EGDS. Esofago: sfintere superiore a 15 cm;
anastomosi esofago-gastrica a 20 cm, ampia, con affioramento minimo di
filo di sutura alle h 6 ed
ulcera consensuale. Tubulo gastrico roseo assente da lesioni. In 5a
giornata si effettua una toracentesi: si drenano circa 120 ml di liquido
siero-ematico. In 7a
giornata si procede al controllo dell’anastomosi cervicale con
gastrographin, che risulta regolare. In 13a
giornata il paziente va incontro a segni di ischemia miocardica
antero-settale all’ECC, trattata con terapia medica. I drenaggi secondo
Redon, rispettivamente sottoepatico (4gg), nella doccia parietocolica
sinistra (4gg) ed a livello cervicale (8gg), hanno drenato in
toto 235 ml. In totale
nel corso dei due ricoveri sono stati somministrati: ferro ev: (lfIx2) x
35 gg; ferro per os:
(lcpx2) x 9 gg; ac. folico: (lflx2) x 32 gg; enitropoietina: 10.000 U
a giorni alterni x 19 somministrazioni, 4.000 U a giorni alterni x 5
somministrazioni; albumina: 40 flaconi. L’esame
istologico del pezzo operatorio ha posto diagnosi di esofagite cronica di
grado severo, caratterizzata da locali erosioni superficiali; la tonaca
sottomucosa è sede di fibrosi e di marcata infiltrazione flogistica
penineurale e penivascolare. La tonaca muscolare presenta aspetti
degenerativi, di sostituzione fibrosa e di iperplasia. Colecistite cronica
litiasica. Il paziente
è stato dimesso il 03/06/1998 in 27a giornata (Hgb: 9,5 g/dl; Hct: 29,5%;
proteine totali:7,3 g/dl; sideremia: 24 mg/d I). Attualmente
è vivente ed in buone condizioni. Caso
2. Paziente di sesso maschile, C.S., di anni 40.
Ricoverato presso il nostro Reparto in data 25/10/1997. All’anamnesi
fisiologica e patologica remota nulla di rilevante all’infuori
dell’insorgenza, all’età di 30 aa, di dolori di tipo crampiforrne a
livello dei quadranti inferiori dell’addome, accompagnati da tenesrno
rettale, febbre (38°C), scariche diarroiche ed ematiche. Sottoposto a
rettosigmoidoscopia, è stata posta diagnosi di rettocolite ulcerosa
(RCU), trattata con terapia medica (cortisonici, salazopirina ed
antidiarroici). Nel maggio 1997 è sopraggiunta una riacutizzazione della
malattia, accompagnata da astenia, calo ponderale (6 Kg in sei mesi) e
diarrea (5-6 scariche/die). Eseguita una pancolonscopia (25/09/1997) è
stata evidenziata la presenza di multiple ulcerazioni confluenti, mucosa
iperernica e friabile a livello del sigma e del colon dx. A livello del
colon trasverso, discendente e sigma sono presenti una miriade di
pseudopolipi di 2,5 mm di diametro. Quadro istologico compatibile con
malattia infiammatoria cronica del grosso intestino in fase attiva. Al momento
del ricovero (GB: 13.000/mm3 ; GR.3.800.000/mm3 Hgb:
8,0 g/dI; Hct: 26,3%;
proteine totali: 6,6 g/dl; albumina: 4,3 g/dl; VES 42 mm/h), il
paziente viene sottoposto a NPT. Eseguiti Rx digerente e Rx tenue seriato
(28/1 0/1997), non si rilevano alterazioni dello stomaco, né del duodeno.
Regolare il transito dell’ingesto opaco attraverso il digiuno e l’ileo
che mostrano aspetti nei limiti della norma. Nulla da rilevare a carico
dell’ultima ansa ileale. Nulla di patologico all’Rx torace (29/1
0/1997), mentre le PFR (29/1 0/1997) evidenziano un lievissimo deficit
respiratorio di tipo ostruttivo. L’emocromo preoperatonio:
Hgb: 10,1 g/dl; Hct: 31,6%. In data
17/11/1997 il paziente viene sottoposto ad intervento chirurgico di
colectomia totale, con ileorettostomia T-T con stapler N° 29.
Vengono posizionati un drenaggio secondo Redon in doccia parietocolica
sinistra, destra e nel Douglas. Il decorso
postoperatanio è stato compIicato in 1a giornata da emorragia massiva
(Hgb: 4,5 g/dl; Hct: 13,4% e shock emorragico (PA 80/50 mm/Hg; FC 160). Si decide di effettuare un controllo endoscopico,
che evidenzia la presenza di abbondante quantità di sangue rosso vivo e
coaguli nel moncone rettale. Dopo lavaggi con acqua ossigenata si reperta
l’anastomosi ileo-rettale a circa 15 cm, ampia, con sanguinamento a
gemizio. Si esegue scleroterapia con polidocanolo 1%, realizzando 5 ponfi
con circa 4 cc. L’arresto del sanguinamento dall’anastomosi è
temporaneo e si procede di nuovo dopo 12 ore a scleroterapia con
polidocanolo 1%, realizzando 3 pomfi con 4 cc. Il paziente non trae
giovamento nemmeno dal secondo tentativo di trattamento endascopico.
Pertanto viene sottoposto, in condizioni di urgenza, a reintervento
chirurgico, nel corso del quale si procede ad affondamento del moncone
rettale con Roticulator 55® e quindi a resezione dell’anastomasi ileo
rettale T-T. Si confeziona ileostomia terminale in sede mesogastrica a
destra della linea mediana. Le perdite ematiche dal drenaggio parietocolico
sinistro sono di 660 ml, rimosso in 8a giornata; dal drenaggio
parietocolico destro sono di 460 ml, rimosso in 9a giornata, dal Douglas
(drenaggio perianastomotico) sono di 8.190 ml, rimosso in 28a giornata
(per fistola enterocutanea). Il totale delle perdite dai drenaggi ammonta
a 9.310 ml. In 2a
giornata postoperatoria è insorta tachicardia sinusale (140 b/m) e i
segni di ischemia laterale miocardica. Si esegue ossigenoterapia e
trattamento con digitale (lanoxin più nitroderm TTS1O i cerotto al
giorno) (pH: 7,58; pO2
46,7; Be: 7,6 mEq; SO2 95,2%). In
6a giornata postoperatonia si è evidenziata un’insufficienza renale
(urea: 126 mg/dl; creatininemia 1,5 mg/dl) risoltasi con terapia medica.
In 9a giornata il decorso postoperatorio è stata ulteriormente complicato
da una fistola enterocutanea, risoltasi con terapia medica e con il
mantenimento di un drenaggio nel Douglas. Il paziente
è stata dimesso in 36a giornata postoperatania (24/12/1997) con i
seguenti valori ematochimici: GB: 11.600/mm3 : GR: 2.840.000/mm3;
Hgb: 8,6 g/dl; Hct: 25,6%; proteine totali: 7,0 g/dl; albumina: 3,7 g/dl;
sideremia: 29 mg/dl; urea: 19 mg/dl; creatininemia: 0,7 mg/dl. Nell’ECG
permangono segni di prevalenza ventricolare sinistra. In seguito alla
consulenza gastroenterologica il paziente viene trattato con terapia
domiciliare a base di Asacol 1 supp/die nel moncone rettale. In totale il
paziente ha effettuato durante il ricovero: ferro ev (1flx2) x 20 giorni;
ferro per os (1cp) x 13
giorni; acido folico (lflx2) x 40 giorni; eritropoietina: 10.000 U a
giorni alterni x 4 somministrazioni; 4.000 U a giorni alterni x 21
somministrazioni; albumina: 120 flaconi. Dal
25/05/1998 al 01/06/1998 il paziente è stato ricoverata di nuovo presso
il nostro Reparto per valutare l’eventualità della chiusura
dell’ileostomia e per sottoporsi alla ricanalizzazione definitiva. In seguito
ad esame rettoscopico, che ha evidenziato la presenza di proctite
ulcerativa in fase acuta, è stato contattato lo specialista
gastroenterologo, che ha consigliato la terapia medica a base di Colifoam
(2/die) e Asacol supposte, rimandando l’intervento chirurgico alla
remissione completa del quadro infiammatorio. Il paziente tuttora soffre
di proctite e lamenta saltuaria mucorrea ed ematochezia, nonostante il
trattamento medico, cui peraltro si sottopone in modo incostante. Caso
3. Pz dli sesso
femminile, Z.M.L., di anni 65. Ricoverata presso il nostro Reparto in data
11/02/1998 con diagnosi di rettocolite ulcerosa (RCU). La patologia le è
stata diagnosticata 2 anni prima ed il trattamento con terapia medica
(cortisone e 5-ASA) non è stato sufficiente ad evitare recrudescenze,
caratterizzate da episodi diarroici con perdita di sangue e muco tali da
causarle anemizzazione (Hgb: 6 g/dl). Al momento
del ricovero (Hgb: 9,7 g/dl; K: 3,2 mEq/l; proteine totali: 4,8 g/dl,
albumina: 2,8 g/dl), il videat cardiologico, l‘RX-torace e le PER sono
risu!ati nei limiti della norma, mentre la pancolonscopia ha evidenziato
iperemia ed edema della mucosa, con presenza di pseudopolipi e
microulcerazioni facilmente sanguinantiA L’intervento
chirurgico è stato effettuato in data 16/03/1998, dopo 30 gg di terapia
medica (Asacol, idrocortisone, ferro, enitropoietina ed albumina) che ha
notevolmente migliorato le condizioni cliniche della paziente, come
confermato anche da un ulteriore controllo colonscopico. La paziente è
stata sottoposta a colectomia totale con ileorettostomia L-T ed al
confezionarnento di ileostomia temporanea. Il
decorso postoperatonio è stato complicato in 3a giornata da trombosi
venosa profonda degli arti inferiori, da embolia polmonare (confermata
dall’RX-torace, dalla flebografia e dalla scintigrafia polmonare), per
cui è stato necessaria il posizionamento di un filtro cavale e la
somministrazione di farmaci anticoagulanti, e da febbre intermittente di
tipo settico (range 36,6-40°C). La perdita ematica complessiva dai tre
drenaggi addominali, posizionati rispettivamente nella scavo di Douglas,
in doccia parietocolica dx e sin è stata di circa 1.000 ml. In totale durante il ricovero
sono stati somministrati: ferro ev (1 flx2) x 39 giorni; ferro per os
(1cp) x 6 giorni; eritropoietina:
4.000 U a giorni alterni x 7 somministrazioni; albumina: 44 flaconi. La paziente
è stata dimessa in 22a giornata (07/04/1998) (Hgb: 11,5 g/dl; Alb: 2,9 g/dI). In data 30
maggio 1998, la paziente è stata ricoverata di nuovo per emorragia e
rnucorrea dall’ileostomia e dal moncone rettale escluso. Effettuato un
tampone rettale, positivo per enterococchi e candida, la paziente è
stata sottoposta a terapia antimicotica e dimessa dopo pochi giorni per
il rniglioramento del quadro clinico. La paziente
è stata quindi ricoverata una terza volta (18/09/1998) per eseguire
l’affondamento delI’ileostomia, intervento peraltro non effettuato per
l’intensa flogosi della mucosa ileo-colica e rettale, evidenziata
all’esame endoscopico. La paziente
ci è stata inviata dal Pronto Soccorso in data 01/04/1999 per
enterorragia. AI momento del ricovero la paziente, affetta da severa
malnutrizione (peso corporeo Kg 41,400), presentava discreti valori
emocromocitometrici (Hgb: 10,8 g/dl; VES elevata: 66 mm/h) e buon compenso
emodinamico. Per tale motivo è stata sottoposta a nutrizione parenterale,
prima periferica, poi, previo posizionamento di CVC, centrale. Nonostante
la terapia antinfiammatoria.mirata per la RCU, la paziente ha continuato a
lamentare dolori addominali (una RX-diretta addome ha evidenziato solo
piccoli livelli idroaerei ileali a livello dei quadrante addominale
superiore sinistro), scariche diarroiche e febbre intermittente, di tipo
settico, per cui sono state eseguite diverse emocolture, risultate
peraltro tutte negative. A causa del
continuo stato febbrile della paziénte ed in considerazione del
miglioramento delle sue condizioni nutrizionali (peso corporeo Kg ‘46),
si è deciso dopo 7 gg dal suo posizionamento, di rimuovere il CVC,
risultato positivo per staphilococcus epidermidis. Nonostante i
valori ematochimici continuassero a mantenersi nella norma, non si
assisteva ad un miglioramento del quadro clinico; gli episodi di
iperpiressia si facevano sempre più frequenti nell’arco della stessa
giornata (fino a raggiungere i 41°C), continuavano le scariche diarroiche
ed i dolori addominali. Il 28 maggio
la paziente, dopo aver lamentato malessere generale e lipotimia, è andata
incontro a perdita di coscienza accompagnata da grave stato ipotensivo,
assenza di polsi periferici ed anisocoria. Controlli ravvicinati dei
valori ematochimici hanno evidenziato la gravità delle condizioni
generali della paziente: GB: 15.000/mm3 GR: 1.600.000/mm3;
Hgb: 5,8 g/dl; Plt: 61.000/mm3; GOT: 355 U/l; GPT: 120 U/l;
fosfatasi alcalina: 134 U/l; gGT:
116 U/l; biIirubina totale: 4,0 mg/dl; bilirubina diretta: 2,3 rng/dl;
LDP: 6.983 U/I; PT: 28,7 sec.; PTT: 65,3%; INR: 2,93; X-DP: 6.400 U/I. Si è
proceduto, quindi, ad intubazione ed alle manovre rianimatorie, nonostante
le quali la paziente è
andata incontro ad asistolia. Per emolisi
massiva da sospette crioagglutinine, con conseguente arresto
cardio-respiratorio, la paziente è
deceduta, a distanza di 14 mesi dall’intervento chirurgico di
colectornia totale. Discussione
Sessant’anni
fa, in uno studio di Adams e Lundy2 sulla valutazione del
rischio operatorio ed anestesialogico, gli Autori suggerivano di
trasfondere preoperatoriamente i pazienti con un livello di emoglobina
(Hgb) da 8 a 10 g/dl allo scopo di ridurre la morbi-mortalità. Questo
valore soglia è stato accettato per anni da medici e chirurghi
statunitensi, finché successivamente non è stato dimostrato che le
trasfusioni di sangue, all’epoca non sottoposto ai controlli attuali,
potevano aumentare il rischio di trasmissione di infezioni virali
(epatiti, HIV), batteriche e parassitarie. In una “Consensus
Conference” del 1988 si suggerì, pertanto, un nuovo valore soglia di
Hgb di 7 g/dl 3, al di sotto del quale il paziente veniva
trasfuso. Tuttavia,
all’inizio degli anni 90, non erano ancora documentati in letteratura
studi prospettici che riportassero gli effetti sull’uomo di basse
concentrazioni di Hgb. Pertanto, il valore soglia di 7 g/dl era stato
proposto senza il supporto di dati scientifici. Nel 1994,
Viele e Weiskopf4 hanno riportato una revisione della
letteratura, nel periodo compreso tra il 1970 ed il 1993, di tutti i casi
di pazienti Testimoni di Geova affetti da anemia moderata o severa (Hgb
</= 8 g/dl o ematocrito (Hct) </= 24% e
sottoposti a trattamento chirurgico. Gli Autori hanno identificato 61
articoli comprendenti 4.722 pazienti Testimoni di Geova, ma di questi solo
134 sono stati inseriti nel loro studio. La mortalità complessiva di
questi pazienti è stata del 37% (50/134). In tutti i casi in cui il decesso è
stato attribuito all’anemia severa, le concentrazioni di Hgb erano <
5 g/dl, anche se 27 pazienti sono sopravvissuti con gli stessi valori. La
più bassa concentrazione di Hgb, riportata per una paziente
sopravvissuta, è stata 1,4 g/dl. Peraltro, non è stata dimostrata una
differenza statisticamente significativa riguardo l’età al di sopra o
al di sotto dei 50 anni nei pazienti sopravvissuti con Hgb < 5 g/dl. Gli Autori hanno quindi concluso che la
sopravvivenza è
possibile anche con valori di Hgb molto ridotti, ma che
l’incidenza di mortalità aumenta comunque, con concentrazioni di Hgb
<
5 g/dl. In un lavoro
di Kitchens del 19935
sono stati esaminati 16 studi (dal 1983 al 1990) in cui sono stati inclusi
solo pazienti Testimoni di Geova sottoposti ad un totale di 1.404
interventi di chirurgia maggiore, senza ovviamente trasfusioni di sangue.
Gli Autori hanno riportato 20 decessi (1,4%) associati a loro giudizio
allo stato di severa anemia dei pazienti. Secondo Kitchens, la loro
decisione di non accettare sangue ha aumentato l’incidenza di mortalità
postoperatoria dallo 0,5 all’1,5%. Carson et
al.6 in 130 interventi effettuati su 125 pazienti Testimoni di
Geova hanno riportato un tasso di mortalità del 13,6%. Comparando i
valori di Hgb media nei pazienti deceduti (Hgb 7,6 g/dl) con i pazienti
sopravvissuti (Hgb 11 ,8 g/dI) sono state riportate differenze
statisticamente significative (p < 0,002).
Peraltro, nei casi in cui i livelli di Hgb preoperatoria erano < 8
g/dI, è stato riportato un rischio 16,2 volte maggiore di morte nel
postoperatorio. Gli Autori
hanno dimostrato che il tasso di mortalità operatoria è inversamente
proporzionale alla concentrazione di Hgb preoperatoria, variando dal 7,1% nei
casi in cui Hgb > 10 g/dl al 61,5% per i pazienti
con Hgb < 6 g/dl (p < 0,001). Inoltre, il tasso di mortalità dipende
strettamente anche dall’entità delle perdite ematiche intraoperatorie
(8% per perdite di 500 ml vs 42,9% per più di 2.000
ml: p < 0,02).
Nel loro studio nessun paziente con Hgb > 8 g/dl e perdite di sangue
< 500 ml è deceduto, contro il 75% dei casi con Hgb <
8 g/dl e perdite fino a
2.000 ml. In base ai
loro risultati, gli Autori hanno concluso che i valori dell’Hgb
preoperatoria da soli non sono un indice adeguato del rischio operatorio
associato all’anemia. Peraltro, l’entità delle perdite ematiche
intraoperatorie è risultata una variabile indipendente nella valutazione
del rischio operatorio. Sono
d’obbligo, comunque, alcune considerazioni riguardo altre variabili,
quali il tipo di procedura chirurgica, le tecniche utilizzate e
soprattutto l’esperienza del chirurgo per quanto riguarda, il controllo
ed il risparmio di sangue. Inoltre, è noto che pazienti cardiopatici
siano molto più suscettibili agli effetti collaterali di un’anemia
acuta, che è tollerata molto meglio, invece, da pazienti affetti da
insufficienza renale cronica con anemia cronica compensata. Nella nostra
serie1, i pazienti sottoposti a chirurgia minore o media
hanno perso 98,27 ml di sangue (range: 0-420 ml) contro 1.117,81 ml
(range: 40-9.310 ml) dei pazienti del gruppo B (p <0,00001). Differenze
statisticamente significative sono state registrate anche nei valori
intraoperatori dei globuli rossi (GR). Infatti, nei casi del gruppo A la
media dei GR i.o. è stata di 5.050.000/mm3 (range:
4.640.000-6.080.000/mm3) contro 3.600.000/mm3 (range:1.800.000
- 5.380.000/mm3) nei pazienti sottoposti a interventi maggiori
(p = 0,0162). Peraltro, anche i dati di laboratorio
relativi all’emoglobina (Hgb) i.o. hanno riportato significatività
statistica, dato che la media di Hgb i.o. nei pazienti trattati con
chirurgia minore o media è risultata 14,28 g/dl (range: 12,4-15,4 g/dl)
contro 10,13 g/dl (range: 5,3-1 5,7 g/dl) nei pazienti del gruppo B (p = 0,0197). Ancora più
consistenti si sono dimostrate le differenze nei due gruppi in termini
di valori dei GR nella 1a giornata; gruppo A: 4.250.000/mm3 (range:
3.860.000 - 4.890.000/mm3) vs gruppo B 3.530.000/mrn3 (range:
1.610.000 -4.590.000/mm3) (p = 0,0043). Anche l’emoglobina nella 1a giornata è
stata statisticamente significativa nel gruppo A, che ha riportato
una media di 13,06 g/dl (range: 11,5-14,9 g/dl) vs il gruppo B, in cui sono stati registrati
valori di 10,73 g/dl (range: 4,5 - 13,8 g/dl) (p = 0,0028). Infine, per
quanto riguarda i GR al momento della dimissione, la media nel gruppo A
è stata di 4.070.000/mm3 (range: 3.580.000 - 4.37O.000/mm3)
vs 3.620.000/mrn3 (range: 2.790.000 – 4.260.000/mm3)
nei pazienti sottoposti a chirurgia maggiore (p = 0,0193). Relativamente ai dati dell’Hgb, nel
gruppo A è stata registrata una media di 11,82
g/dl (range: 10,9 - 14,0 g/dl vs
10,91 g/dl (8,0 - 12,9 g/dl) nel gruppo B (p =
0,0100). Nessun
paziente del gruppo A ha subito complicanze nel postoperatorio (0/29),
mentre il 25% dei pazienti che è stato sottoposto ad intervento di
chirurgia
maggiore ha manifestato l’insorgenza di complicanze (4/16), risultato
statisticamente significativo (p= 0,0122).
Inoltre, in due casi l’anemia acuta è stata senza dubbio uno dei
fattori scatenanti l’insorgenza di un infarto del miocardio.
Relativamente al paziente sottoposto ad esofagectomia totale (caso 1), i
valori più bassi di Hgb sono stati raggiunti in 4a giornata
(Hgb: 5,1 g/dl) ed i segni di ischemia miocardica anterosettale si sono
presentati in 13a giornata. Invece, nel paziente sottoposto a colectomia
totale (caso 2), il decorso postoperatorio è stato complicato in 1a
giornata da emorragia massiva (Hgb: 4,5 g/dI) e shock emorragico ed i
segni di ischemia laterale miocardica sono insorti già dalla 2a giornata,
mentre è sopraggiunta un’insufficienza renale in 6a giornata. Peraltro,
non sono state registrate differenze statisticamente significative nelle
variabili “mortalità perioperatoria” (gruppo A: 0/29 vs gruppo B:
0/16) e “mortalità complessiva” (gruppo A: 0/29 vs gruppo B:1/16
(6,25%). L’unico decesso riportato nella nostra serie è avvenuto, per
emolisi massiva da crioagglutinine (Hgb: 5,8 g/dl) ed arresto
cardiorespiratorio, in una paziente di 66 anni, affetta da rettocolite
ulcerosa (caso 3) ,14 mesi dopo l’intervento chirurgico di colectomia
totale. Un trial
multicentrico, prospettico e randomizzato, pubblicato nel 19997,
è stato condotto da un gruppo di Autori Canadesi per valutare i
potenziali rischi di un’anemia acuta ed i possibili benefici delle
trasfusioni di sangue in pazienti ricoverati in terapia intensiva dopo
intervento chirurgico. Sono stati comparati due gruppi di pazienti,
critici ma comunque normovolemici, distinti dal tipo di trattamento: Di un totale
di 6.451 pazienti, solo 838 sono stati inseriti nello studio, di cui 418
assegnati al gruppo A e 420 al gruppo B. Il 26% dei pazienti era affetto
da cardiopatie e più delI’80% è stato sottoposto a ventilazione
meccanica. Una media di 2,6 unità di sangue per paziente sono state
somministrate nel gruppo A vs 5,6 nel gruppo B (p < 0,01). E’ stato riportato un tasso di mortalità minore nei
pazienti del gruppo A (22,2% vs 28,1% del gruppo B) (p = 0,05). Inoltre, sono state più frequenti nel
gruppo B complicanze quali l’edema polmonare e l’infarto del
miocardio, durante la degenza in terapia intensiva (p < 0,01). Esaminando alcune variabili, è stata
dimostrata
un’incidenza di mortalità a 30 gg significativamente minore nel
gruppo A relativamente allo score< 20 dell’Apache II (Acute
Physiology and Chronic Health Evolution) (8,7% vs
16,1%: p = 0,03) o in caso di età inferiore ai 55 anni (5,7%
vs 13,0%: p= 0,02). Gli Autori
ritengono che una terapia trasfusionale restrittiva, che mantenga dei
valori di Hgb tra 7,0 e 9,0 g/dl, possa essere effettuata anche in
pazienti affetti da coronaropatie, ma dovrebbe essere considerata con
estrema cautela. Anche Carson et al7 hanno sottolineato
l’aumento esponenziale del tasso di mortalità nei pazienti affetti da
ischernia miocardica, che vanno incontro ad anemia acuta severa. Conclusioni
E stato
dimostrato che è possibile effettuare interventi di chirurgia maggiore
in pazienti che rifiutano trasfusioni di sangue, come i Testimoni di
Geova. Nella nostra esperienza abbiamo descritto i casi di pazienti
sottoposti ad esofagectomia totale, gastrectomia totale e colectomia
totale1. Alcuni Autori hanno riportato interventi di
duodenocefalopancreasectomia 9, 10 altri hanno riferito i
loro risultati in pazienti traumatizzati sottoposti a chirurgia
d’urgenza11, 12. Sono
stati eseguiti anche dei trapianti di fegato in pazienti Testimoni di
Geova13, 14. Tuttavia, le problematiche relative al loro
credo religioso 15-17 e le questioni medicolegali inerenti
l’assoluta necessità di un loro consenso alla trasfusione di
emocomponenti18 hanno
creato non poche difficoltà nella gestione di alcuni di questi
pazienti. In un nostro
studio precedente abbiamo individuato chiaramente le differenze
statisticamente significative tra la chirurgia minore-media e la chirurgia
maggiore, in termini di totale delle perdite ematiche postoperatorie,
insorgenza di complicanze, valori di Hgb intraoperatoria, in 1a giornata
ed alla dimissione1. E’ stata, inoltre, sottolineata
l’importanza della stretta collaborazione tra chirurgo, anestesista e
trasfusionista19, 20 nell’ambito di un centro di riferimento
che, garantisca esperienza, organizzazione, professionalità, rispetto per
la volontà del paziente e soprattutto bassi tassi di morbi-mortalità,
come quelli riportati dalla nostra esperienza. Infatti,
alcuni Autori6 hanno dimostrato che il tasso di mortalità
operatoria è inversamente proporzionale alla concentrazione di Hgb
preoperatoria, variando dal 7,1% nei casi in cui l’Hgb > 10 g/dl al 61,5% per i pazienti con Hgb < 6
g/dl (p < 0,001).
Inoltre, il tasso di mortalità dipende strettamente anche dall’entità
delle perdite ematiche intraoperatorie (8% per perdite di 500 ml vs
42,9% per più di 2.000 ml: p < 0,02). Ciò nonostante, nella nostra serie, non
sono state registrate differenze statisticamente significative nelle
variabili “mortalità perioperatoria” (<30 gg) (A: 0/29 vs B: 0/1
6) e “mortalità complessiva” (A: 0/29 vs 8:1/16 [6,25%]). Infine,
alcuni Autori ritengono che una terapia trasfusionale restrittiva, che
mantenga peraltro i valori dell’Hgb tra 7,0 e 9,0 g/dl, possa essere
effettuata anche in pazienti affetti da coronaropatie, ma dovrebbe essere
considerata con estrema cautela nei casi di infarto del miocardio ed
angina instabile7. Concludendo,
dobbiamo ammettere che abbiamo imparato molto da questi pazienti, che
non vogliono o non possono essere trasfusi. La chirurgia senza sangue
rappresenta una sfida negli interventi maggiori, ma ci ha insegnato una
migliore preparazione dei pazienti anemici nel preoperatorio ed una
maggior cura nell’emostasi. Ci ha permesso di ampliare le indicazioni
chirurgiche in casi considerati in passato non operabili o a rischio
elevato; di conoscere ed approfondire, grazie alla collaborazione
preziosa del trasfusionista e dell’anestesista, le metodiche
dell’autotrasfusione, che attualmente eseguiamo in tutti i nostri
pazienti
non Testimoni di Geova, quando i valori dell’emocromo ce lo consentono,
le tecniche di emodiluizione e soprattutto il recupero intraoperatorio
di sangue, che risulta fondamentale nei casi di ipertensione portale, nei
cirrotici ed in urgenza 21, 23. In
pratica, con queste precauzioni e suggerimenti, non poniamo più limiti
a quei pazienti che non usufruiscono della possibilità di essere
trasfusi.
A riprova di ciò, con gli accorgimenti dovuti, oggi siamo in grado di
sottoporre questi pazienti a qualsiasi intervento di chirurgia maggiore. Ringraziamento
Gli Autori
ringraziano Tommaso Spinosa, membro del Comitato di Assistenza Sanitaria
per i Testimoni di Geova di Roma, per la stretta e preziosa collaborazione
ricevuta nell’assistenza di questi pazienti. BIBLIOGRAFIA 1.
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