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Dissezione
meticolosa
Bypass
Veno-venoso
Emorecupero
Aprotinina
Soluzione salina
bilanciata
Barbiturici come
anestetici
di mantenimento
Ipotermia
NPT + EPO + Fe
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CASO
Un asiatico di 23 anni fu ricoverato in un centro di trapianti esterno
con insufficienza epatica fulminante. Era stato bene fino a 2 settimane
prima del ricovero quando si svilupparono i sintomi di nausea, vomito e
stanchezza che progredirono a ittero, stato confusionale e emorragia gastrointestinale.
Al momento della presentazione al centro trapianti egli era al II stadio
di encefalopatia e le analisi di laboratorio mostravano una bilirubina
superiore a 40 g/dL, AST di 28.000 U/L, ALT di 2300 U/L e una INR di 3,6.
La sierologia virale rivelava antigene superficiale di epatite positivo,
anticorpo iIgM "core" di epatite B negativo, anticorpo di epatite B positivo
e anticorpo di epatite C negativo. Il paziente non aveva avuto esposizione
o ingestione di potenziali epatotossine e non aveva fattori di rischio
per epatite B ad eccezione dell’ambiente asiatico. Egli peggiorò
nelle successive 12 ore si rese necessaria l’intubazione. Fu reso noto
che era un testimone di Geova e che aveva manifestato una forte convinzione
a non ricevere sangue o qualsiasi prodotto ematico, anche se in situazioni
di rischio di vita.. Ciò fu supportato da una dichiarazione firmata
precedentemente da lui e dai membri della sua famiglia. Sebbene il trapianto
di fegato risultasse essere necessario esso fu considerato troppo pericoloso
e furono prese misure di supporto. Poiché continuava il peggioramento
fu contattato il nostro centro e noi accettammo il paziente come candidato
al trapianto di fegato perché questa era la sola possibilità
che aveva questo giovane. Al suo arrivo il paziente era in insufficienza
epatica fulminante con coma al IV stadio. Aveva buona funzionalità
renale, un ematocrito del 34%, tempo di protrombina di 46 sec, bilirubina
di 32,2 mg/dL e nessuna controindicazione evidente al trapianto di fegato..
Vennero discusse le opzioni terapeutiche con i familiari del paziente che
riaffermarono la loro convinzione religiosa secondo la quale nè
sangue nè prodotti ematici, inclusa l’albumina, dovevano esser somministrati..
Essi acconsentirono al trapianto con l’intesa che il paziente non avrebbe
avuto trasfusioni. Acconsentirono anche all’uso di bypass veno- venoso
e ad un ricupero a circuito chiuso del sangue durante l’intervento.
Fu rintracciato un donatore compatibile entro le 12 ore e il paziente
fu sottoposto al trapianto di fegato il 21 gennaio 1995 usando tecniche
standard incluso il bypass veno-venoso. Il monitoraggio intraoperatorio
incluse cateteri per la pressione arteriosa radiale e polmonare, come pure
elettrocardiogramma standard, apparecchi per la pressione sanguigna e frequenza
cardiaca. L’anestesia fu mantenuta con isoflurano 0,2%, thiopental 1-3
mg/kg/h e con l’aggiunta di fentanil. L’aprotinina fu somministrata per
tutto l’intervento (dose di prova, bolo di 2x106 U, poi
infusione di 50,000 U/h) La perdita di sangue stimata fu di 400 cc e il
fluido totale sostituito fu di 4300 cc di Plasmalyte. Il paziente
rimase emodinamicamente stabile per tutto l’intervento e fu notata la immediata
funzionalità del trapianto. L’immunosoppressione fu fatta co steroidi
e FK506. Furono somministrate immunoglobuline dell’epatite B secondo il
protocollo UCLA. La perdita di sangue postoperatoria fu mantenuta al minimo
e furono usati tubi di flebotomia pediatrici. Lo stato mentale del paziente
si normalizzò ed egli fu estubato il 5° giorno dopo l’operazione
e trasferito fuori del ICU al 7° giorno. Fu iniziato con eritropoietina
con aggiunta di ferro per via orale quando il paziente fu in grado di riprendere
la dieta. L’ematocrito immediatamente successivo all’intervento fu del
29%; il nadir 23,5% all’8° giorno, ma aumentò costantemente
fino ad allora. Il paziente fu dimesso dall’ospedale il 18° giorno
con eccellente funzionalità epatica. Stava bene 6 mesi dopo il trapianto
e il suo ematocrito più recente era 44%.
DISCUSSIONE
Il trapianto di fegato senza l’uso del sangue presenta una formidabile
sfida. Con i numerosi progressi nei trapianti di fegato e con l’aumento
della esperienza c’è stata una tendenza verso la liberalizzazione
dei criteri di selezione del ricevente. Più pazienti difficili e
critici sono stati trapiantati con successo. Il trapianto di un paziente
Testimone di Geova è un esempio limite di questa tendenza. Ramos
et al. nel 1994 riferiscono di 4 pazienti testimoni di Geova che hanno
subito il trapianto di fegato. Questi pazienti sono stati selezionati
in base a rigidi criteri che includevano un tempodi protrombina inferiore
a 15 sec, un ematocrito maggiore del 35% e assenza di insufficienza renale
o disfunzioni di altri organi. Essi sono stati preparati nel periodo
preoperatorio con settimane di terapia a base di eritropoietina e l’uso
di albumina era accettato dai pazienti. Tre pazienti che rispettavano i
criteri furono trapiantati con successo senza trasfusioni.
Il nostro paziente differiva perché non rispettava quei criteri.
Egli era in insufficienza epatica fulminante con encefalopatia; il suo
tempod i protrombina era di 46 sec, il suo ematocrito era 34% e l’uso dell'albumina
non era accettato. In considerazione della avanzata natura di insufficienza
epatica del nostro paziente e del continuo peggioramento nonostante la
gestione medica, la sua prognosi era infausta senza trapianto. Proprio
per il carattere di emergenza del trapianto la preparazione preoperatoria
con eritropoietina non era praticabile. Noi sentivamo comunque che, dato
il fatto che la sostituzione del fegato era l’unica possibilità
per la sopravvivenza in questo paziente che era precedentemente sano,
i rischi erano accettabili per un gruppo dotato di esperienza.
Le misure intraoperatorie in questo paziente inclusero la dissezione
meticolosa, che era fatta esclusivamente con elettrocauterio, e l’uso
di bypass veno-venoso. Sebbene l’uso del bypass richieda due incisioni
extra e un tempo operativo addizionale, noi decidemmo di impiegarlo in
questo caso per diverse ragioni. Esso consenteuna stabilità
emodinamica senza eccessiva somministrazione di fluidi e una estensione
sicura della fase anepatica per precise anastomosi vascolari e per ottenere
emostasi adeguate, specialmente nello spazio retroepatico. Vari studi hanno
suggerito minori richieste di sangue, come pure miglior supporto alla funzione
renale con il bypass veno-venoso. L’uso dell'emorecupero in questo
paziente richiese modifiche ai tubi di circuito per andare incontro
alla volontà dei familiari, secondo i quali il sangue doveva
fluire con continuità nel paziente per tutto il tempo. Non fu comunque
un fattore dovuto al basso volume di perdita del sangue.
In aggiunta alle meticolose tecniche chirurgiche, gli agenti antifibrinolinici
si sono dimostrati efficaci nel trapianto di fegato. Noi scegliemmo l’uso
di aprotinina per il suo potente effetto antifibrinolitico e per
i benefici dimostrati nel diminuire il bisogno di trasfusioni durante il
trapianto di fegato. Il meccanismo di azione della aprotinina sembra essere
una riduzione della attività dell’attivatore plasminogeno del tessuto
e una riduzione della degradazione dell’alfa-2-antiplasmina. Il farmaco
è generalmente ben tollerato sebbene reazioni anafilattiche e complicazioni
trombotiche possano verificarsi con l’uso. Le precise indicazioni per l’uso
della aprotinina nel trapianto di fegato devono ancora essere determinate;
comunque esso è un potente farmaco antifibrinolitico che può
essere un importante ausilio da aggiungere alle accurate tecniche
chirurgiche. Fu attentamente considerata la precisa scelta di soluzione
di cristalloidi per mantenere la normovolemia. L'infusione di più
di 15 cc/kg/h di soluzione salina diluisce i tampon extracellulari e può
causare una acidosi ipercloremica. Per questa ragione il rimpiazzo di cristalloidi
fu accompagnato da Plasmalyte, una soluzione salina bilanciata.
Noi eravamo limitati nelle soluzioni colloidali che potevano essere usate
perché l’albumina non era consentita. L’Etastarch è
una alternativa che può essere utile per mantenere la pressione
osmotica in pazienti con malattia al fegato e grave ipoalbuminemia. Questa
non potè comunque essere usata per il suo potenziale nell’aggravare
la coagulopatia e la coagulazione intravasae disseminata. Furono usati
barbiturici come anestetici di mantenimento grazie ai loro
effetti nel diminuire il consumo di ossigeno cerebrale la possibilità
di diminuire il consumo totale del corpo. Un maggior fattore per diminuire
il consumo di ossigeno è l'iportermia. In questo caso al
paziente era permesso di diventare moderatamente ipotermico, ma fu evitata
la drastica ipotermia a causa dei suoi effetti deleteri sulla coagulazione.
Durante il periodo postoperatorio massimizzammo l’eritripoiesi con una
preventiva nutrizione parenterale totale, aggiunta di ferro e
eritropoietina. L’eritropoietina ha dimostrato di essere efficace nel
trattamento dell’anemia nei pazienti con insufficienza renale ed è
anche stata usata con successo nei pazienti nella chirurgia dei testimoni
di Geova. Altre misure che sono state adottate nei pazienti testimoni di
Geova anemici sono il ferro parenterale e il sostituto del sangue
perfluorochimico Fluosol, ma questi non furono necessari nel nostro
paziente.
Questo caso dimostra che il trapianto di fegato in emergenza
è possibile senza l’uso del sangue e di prodotti ematici nelle mani
di una équipe esperta, e che tali pazienti non dovrebbero essere
esclusi a priori da queste procedure salvavita. |