LA CHIRURGIA ENDOVASCOLARE

La mininvasivita’ in chirurgia vascolare e’ balzata alla ribalta nella seconda meta’ degli anni ‘90, con le tecniche endovascolari per l’aneurisma dell’aorta addominale.
Fortunatamente, questa fase non e’ passata inosservata ai chirurghi vascolari ed una reazione c’e’ stata: i piu’ hanno accolto con favore questa metodica, aggiungendola a quelle che gia’ potevano offrire.
Da quel momento, pero’, e’ apparso a molti evidente che il bagaglio tecnico che avevano a corredo fino ad allora non bastava piu’; occorreva un dinamismo che non era mai stato richiesto prima, ne’ previsto: un dinamismo critico, capace, cioe’, di orientarsi e di allocare risorse nel modo corretto, nell’interesse del reparto, dell’ospedale nel quale il reparto era inserito, soprattutto nell’interesse dell’utenza.
Oltre a questa "presa di coscienza", l'avvento della chirurgia endovascolare ha chiaramente indicato, a chi lo avesse dimenticato, che la gestione della patologia vascolare spetta agli specialisti (ai veri specialisti, non a quelli che si proclamano tali, senza veramente esserlo), proprio perche’ gli specialisti possono apprendere e sviluppare molte tecniche diverse per curare al meglio una stessa patologia.
Molto ci sarebbe ancora da dire sugli spostamenti di equilibri che si sono generati in quel periodo, soprattutto a riguardo della titolarita' della gestione dei pazienti candidabili a procedure endovascolari. Questo argomento mi porterebbe fuori strada e non desideroaggiungere altro, se non che e' un grosso problema ancora insoluto.

Oggi la chirurgia endovascolare e’ parte integrante della chirurgia vascolare, ma non e’ in grado (almeno al momento) di dare risposte 
a tutte le esigenze.

MININVASIVITA’ E TECNOLOGI NON SONO SINONIMI
Per questo, alcuni chirurghi vascolari hanno pensato di rendere mininvasiva la chirurgia vascolare, quella tradizionale, non 
endovascolare.
Come? Con incisioni piu’ piccole, con minore esposizione e manipolazione delle strutture circostanti il vaso oggetto dell’intervento, ma soprattutto con una gestione del paziente improntata al recupero rapido di importanti funzioni (deambulazione, alimentazione, diuresi spontanea).
I risultati, pur accolti con uno scetticismo talora simile a quello dei chirurghi generali di fronte alle prime colecistectomie laparoscopiche, indicano che si ottengono molti degli obbiettivi prefissati gia’ solo riducendo la invasivita’ chirurgica con un accesso di minori dimensioni, senza eviscerare la matassa intestinale.
Alcuni, ma pochi, per la verita’,  hanno ritenuto opportuno di usare la laparoscopia anche in chirurgia vascolare, consapevoli che i buoni risultati che ha dato in chirurgia generale (dove e’ diventata la metodica standard per il trattamento di alcune patologia), si sarebbero potuti trasferire alla chirurgia vascolare.
Tuttavia, mentre molti interventi di chirurgia generale sono di tipo demolitivo, nella vascolare prevalgono gli interventi ricostruttivi e, per 
questo, la laparoscopia ha, ad oggi, una importante limitazione, tanto che alcuni scettici la rigettano come improponibile.
Se dovessimo giudicare la laparoscopia vascolare ad oggi, non avrei dubbi ad affermare che non e’ completamente soddisfacente, ma, per fortuna, (o almeno cosi’ mi piace sperare) c’e’ un discreto fermento di iniziative che si concretizzeranno (in tempi non lontani) in strumenti, dispositivi, soluzioni tecniche, che renderanno la laparoscopia vascolare alla portata della maggior parte dei chirurghi vascolari.
Che cosa potrebbe proporre, in questo senso, la tecnologia? Strumenti che possono sostituire il gesto piu’ comune del chirurgo vascolare, ovvero: la sutura.
Avremo suturatici in grado di fare anastomosi, di fare emostasi (sulle lombari, ad esempio): e’ successo per le suturatici intestinali, accadra’ anche nel nostro settore. La chirurgia robotica ha certamente notevoli margini di crescita, in questo settore.
Molto interessante l’integrazione che potra’ esserci tra tutte le metodiche “nuove”. Integrazione senza limiti, perche’ chi si muove su questo terreno, dovrebbe farlo a “tutto campo”. 
In questa ottica, saranno disponibili anche le protesi ibride, da usare in parte convenzionalmente, in parte endovascolarmente.
Molti chirurghi vascolari si sono impegnati nel settore della mininvasivita’ seguendo altre strade. Ho visto recentemente operare un paziente con una minincisione, senza video assistenza, con una anestesia peridurale toracica, ma senza ventilazione meccanica ed ho potuto osservare che, senza nessun strumento tecnologico avanzato, il paziente recuperava la sua completa autonomia nel giro di poche ore.
Questo esempio mi sembra la dimostrazione piu' evidente che la mininvasivita' si puo’ ottenere anche senza l’ausilio delle nuove tecnologie.


“PENSARE MININVASIVO”
La tecnologia, indispensabile per poter affrontare determinati percorsi (oltre alla laparoscopia, basti pensare ai sistemi di protezione cerebrale in caso di stenting carotideo) puo’ essere pero’ un efficace strumento nelle mani di chi ha gia’ fatto proprio il concetto, di per se’ astratto, di mininvasivita’ ed e’ gia’ in grado di offrire ai propri pazienti tutte quelle metodiche che servono a recuperare la sua condizione di normalita’ preoperatoria fin dalle prime ore dopo la fine dell'intervento.
Prima di tutto, occorre “pensare “mininvasivo”, insomma.
Purtroppo non e’ poi cosi’ semplice: imparare nuove cose, sopportare quella sensazione di insicurezza che il “nuovo” comporta, ma senza fare errori (le curve di apprendimento molto arcuate non sono piu’ ammissibili, oggigiorno) e non dimenticare mai i costi che le tecnologie, soprattutto se sofisticate, comportano.
Inoltre, la responsabilita’ di decidere (o, al contrario, di rifiutare), di imboccare strade, sapendo che molti giovani colleghi ci se guiranno: se la direzione e’ quella sbagliata, saranno in molti ad esserne penalizzati!
Dal mio punto di vista, dopo attente riflessioni, ho preso una decisione e, pur con prudenza e senso critico, mi sono assunto l’onere di essere, se non tra i primi, almeno tra i piu’ attivi sulla strada della mininvasivita’ e su quella delle nuove tecnologie.

                                                                                                                                                                                              Mauro Ferrari

 

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